Che cosa è il Wushu

Il Wushu è la più antica delle arti marziali, ed è conosciuto in occidente con il nome improprio di Kungfu.

Wushu, che in cinese significa letteralmente “arte marziale” è uno sport che unisce in sè gli aspetti del combattimento, della concezione della salute e dell’interpretazione filosofica del mondo, tipica della tradizione storica e culturale cinese. Il Wushu viene praticato in svariati modi: a livello agonistico, per hobby o come esercizio per mantenersi in forma; il suo valore dal punto di vista dell’educazione fisica era noto già ai tempi della dinastia Zhou (Cina - XI - III secolo a. C.).

I movimenti tipici di ognuna delle innumerevoli scuole di Wushu vengono raggruppati in serie, come a formare delle coreografie paragonabili, a grandi linee, agli esercizi a corpo libero della ginnastica artistica, con la differenza che nel Wushu i movimenti hanno un’origine marziale.

L’avviamento al Wushu avviene molto gradualmente, a partire dai 5 anni di età, in classi distinte con programmi di addestramento personalizzati al ciclo di apparteneza.

La pratica del Wushu presenta benefici influssi sullo sviluppo e la crescita del bambino, stimolandolo al proseguimento dello studio di questa disciplina anche negli anni a venire (per un eventuale proseguimento nell’apprendimento di cose nuove per tutto il resto della vita, peculiarità unica nel panorama sportivo), favorendone il benessere fisico e psichico.

Le specialità del Wushu

Le specialità del Wushu si dividono in:

A) Taolu (Forme):

Stili classici per le competizioni a mani nude, che comprendono i seguenti stili, utilizzati per le competizioni nazionali ed internazionali: Changquan (“Pugilato a lungo raggio”, in rappresentanza degli stili provenienti dal Nord della Cina); Nanquan (“Pugilato del Sud stile rappresentativo delle arti marziali della Cina meridionale); Taijiquan (“Pugilato del grande inizio” per gli stili basati sullo studio dell’energia vitale”).

Forme con armi, comprende l’uso delle quattro più famose armi tradizionali cinesi: Spada, Sciabola, Lancia, e Bastone;

Combattimento prestabilito, in coppia o trio, a mani nude o con armi, o anche a mani nude contro armi;

Stili tradizionali a mani nude, che consistono nella pratica degli antichi stili di Wushu come il “Pugilato di Shaolin”, il “Pugilato della Tigre”, del “Serpente”, del “Drago”, dell’ “Aquila”, della “Mantide Religiosa”, dell’ “Ubriaco”, dell’ “Incatenato” ecc.e militare ” ecc;

Armi tradizionali, che includono tutte le armi della tradizione cinese eccetto le quattro sopra citate. Fra queste si annoverano: alabarda, lancia tridente, frusta a 9 sezioni, bastone a tre sezioni, doppie sciabole, spade uncinate, ecc;

B) Sanda (Combattimento Libero)

Il Sanda o Sanshou consiste nello scontro tra due contendenti muniti di adeguato equipaggiamento protettivo (paradenti, guantoni, corpetto, conchiglia, paratibia con parapiede) e secondo determinate regole, che prevedono l’uso dei calci, dei pugni e delle proiezioni. Si combatte su un tappeto rialzato della dimensione di 12 x 12 metri (campo effettivo 8m x 8m, più lo spazio di uscita di due metri per lato - è tollerato, dal regolamento internazionale, l'utilizzo di campi morbidi della dimensione di 10m. x 10m.) e le categorie di peso sono: -48 Kg, -52 Kg, -56 Kg, -60 Kg, -65 Kg, -70 Kg, -75 Kg, -80 Kg, -85 Kg, -90 Kg, +90 Kg. maschile e -48 Kg, -52 Kg, -56 Kg, -60 Kg, -65 Kg, -70 Kg, -75 Kg e + 75 femminile.

L’orientamento moderno

In Cina il Wushu è materia di studio,nelle ore di educazione fisica, dalle scuole Elementari all’Università, e il numero di persone che continuano a praticarlo è stimato dalla Chinese Wushu Association (la Federazione ufficiale cinese) attorno ai 300 milioni.

Il crescente numero di appassionati alle arti marziali cinesi anche in occidente ha dato alle Scuole che lo insegnano una grande responsabilità nella preparazione fisica e tecnica dei propri iscritti. Ciò che viene insegnato nei principali centri di wushu in Italia ricalca in buona parte i programmi degli Istituti di Educazione Fisica della Cina Popolare, che sono il risultato di migliaia di anni di esperienza e il frutto dell’impegno di grandi Maestri.

Negli ultimi 30 anni molti italiani affezionati di arti marziali cinesi si sono avvicinati ad esse perché alla ricerca di una disciplina affine alla propria personalità, che li aiutasse a ritrovare ed esternare certe sensazioni ed emozioni sempre più difficili da rinvenire nella frenetica società moderna. Dopo un periodo di pratica legata agli stili provenienti da Hong Kong e Taiwan (nella seconda metà degli anni 70 e nella prima metà degli anni 80) molti praticanti si sono rivolti agli stili praticati in Cina. Il Wushu modernamente codificato ha arricchito il panorama sportivo proponendosi come un mondo nuovo all’interno delle arti marziali, capace di attrarre a sé migliaia di giovani e meno giovani dalle personalità più variegate.

I vari aspetti che compongono quest’arte marziale permettono, a chi la pratica, di ottenere beneficio sia fisico che intellettuale ricevendo stimoli sempre nuovi e sempre diversi. Uno studio in continua evoluzione garantisce sempre nuovi traguardi ai quali aspirare, sia nell’ambito agonistico che in quello amatoriale: la ginnastica, le forme, il combattimento, le armi, lo studio e l’applicazione dell’energia ecc., coinvolgono il corpo e la mente in un complesso addestramento che porta ad uno sviluppo armonico e ben equilibrato dell’intero organismo.

Ricordiamo che durante i suoi millenni di storia il Wushu ha avuto un costante sviluppo basato sulla sperimentazione svolta su milioni e milioni di persone. Varie generazioni hanno vissuto in prima persona i molteplici aspetti di questa disciplina, migliorando le parti meno congeniali e perfezionandone la tecnica.

L’orientamento che il Wushu ha avuto in epoca moderna lo ha, tra le altre cose, portato ancor più vicino al concetto di salute e di educazione fisica di quanto non lo fosse in passato. Il termine Wushu (arte marziale) non è più legato agli eventi bellici come un tempo. La vita del medioevo cinese, irta di minacce e pericoli, dalle spade affilate dei guerrieri alle fauci taglienti delle belve, non esiste più. E’ perciò inevitabile un adeguamento alla realtà dei tempi, pur rimanendo le arti marziali nel cuore di milioni di persone, oggi come allora. Gli istituti di educazione fisica, i centri di ricerca e di studio del Wushu, hanno saputo indirizzare le masse praticanti attività fisica a qualcosa che li aiutasse ancor di più a vivere.

Lo stile Changquan (boxe a “lungo raggio”), sintesi di vari antichi stili del nord della Cina, ha raccolto in sé tutti gli elementi per fornire a giovani e giovanissimi una concreta padronanza del proprio corpo. Esercitarsi in forme con movimenti ripetuti sia a destra che a sinistra permette loro di sviluppare la multilateralità, così da acquisire un perfetto atteggiamento posturale, anche nella vita di tutti i giorni.

Per un praticante allenarsi nelle forme e nel combattimento significa fortificare il proprio fisico in tutte le sue parti, sviluppare velocità, agilità, forza, resistenza, coraggio, concentrazione, eleganza, impegno, precisione, coordinazione e molte altre qualità.

Un individuo ben strutturato fisicamente è certamente più sicuro di sé, in grado di controllarsi e consapevole delle proprie capacità, cosa che lo aiuta ad affrontare meglio la vita di tutti i giorni. Ogni allenatore può avere prova di questo osservando i ragazzi che frequentano da tempo i propri corsi e rammentandoli come erano quanto hanno iniziato la pratica sportiva, riscontrandone i cambiamenti.

Il Wushu ha una forte componente di divertimento, che può migliorare tantissimo la vita affinché sia sana ed equilibrata: che cosa meglio del divertimento può mantenerci in buone condizioni psicologiche?

Lo sviluppo del Wushu

Nel 1989 nasceva, a Pechino, il Comitato Preparatorio della Federazione Internazionale di Wushu.

In 17 anni centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo hanno conosciuto il Wushu. Un enorme gruppo di appassionati ha varcato i confini della Repubblica Popolare Cinese per allenarsi con i migliori Maestri di arti marziali cinesi.

Gli insegnanti di ogni parte del mondo hanno convertito o arricchito i propri programmi didattici, inserendo in essi gli stili praticati nelle Scuole cinesi.

Il Sanda e gli Stili utilizzati per le competizioni internazionali hanno avuto un enorme sviluppo: da specialità sconosciute in occidente essi si sono tramutate in passione sportiva per migliaia e migliaia di giovani, che devono affrontare durissime selezioni prima di aggiudicarsi un titolo nazionale.

Il 2 ottobre 1990 è stata fondata a Pechino la International Wushu Federation (IWuF). Dal punto di vista tecnico, in 17 anni il Wushu internazionale ha compiuto passi da gigante: basti confrontare il livello degli atleti non cinesi presenti al Primo Campionato Mondiale di Wushu (disputatosi a Pechino nell’ottobre del 1991) a quello dei partecipanti all’Ottavo Campionato del Mondo di Wushu (svoltisi ad Hanoi nel dicembre del 2007), per capire l’enorme lavoro svolto dalle Scuole e Federazioni in tutto il mondo.

In 17 anni di storia, la IWuF ha consolidato ben 112 federazioni nazionali (partendo dalle 38 del 1990, si è attivati a 112 nel 2007, Europa 37, Asia 35, Africa 20, America 18 e Oceania 2) ed un folto corpo di giudici internazionali, che vanta rappresentanti in tutti e cinque i continenti.

La Fiwuk

In Italia in Wushu è rappresentato dalla Federazione Italiana Wushu Kungfu (Fiwuk, Federazione affiliata alla I.WuF e alla European Wushu Federation EWuF).

La Fiwuk, fondata il 23 ottobre 1983, è stata riconosciuta dal CONI, e nella medesima delibera del Consiglio Nazionale del CONI n. 856 del 24 aprile 1996, il Wushu è stato definito Disciplina Sportiva Associata. Il riconoscimento è stato riconfermato a seguito della Giunta Nazionale del CONI n. 627 del 31/7/2001 dove viene anche formalizzato che la Fiwuk è la sola Federazione a gestire, disciplinare ed organizzare in Italia l’attività del Wushu Kungfu nelle seguenti discipline: Wushu Kungfu moderno, per tutti gli stili e forme libere e codificate; Wushu Kungfu tradizionale, per tutti gli stili di origine e provenienza cinese; Taijiquan, per tutti gli stili di Taiji (o Taichi) moderni e tradizionali e Tui Shou; Sanshou (o Sanda) e Qinda (combattimento libero cinese a contatto pieno o leggero); Qigong; Shuaijiao (lotta cinese).

Da quando è federazione Sportiva Associata al CONI la Fiwuk, in 12 anni di lavoro, ha triplicato il numero di Società affiliate (attualmente sono 224, Nord Italia 110 Società, Centro Italia 47, Sud Italia 19, Isole 48).

L’odierna Fiwuk è partita organizzando una sola gara all’anno (Campionato italiano di Wushu a Lecco nel 1990), per passare all’organizzazione di Campionati Interregionali e Nazionali (nei due anni successivi), per poi arrivare (già da sei anni) all’organizzazione di Campionati Regionali e Nazionali, più molte altre competizioni.

La Fiwuk è una federazione solida ed in grande crescita (www.fiwuk.it) capace di organizzare grandi eventi di Wushu (ha ospitato a Roma il 4° Campionato Mondo nel 1997 e a Ligano Sabbiadoro (UD) è candidata per ospitare il 10° Campionato nel 2009, ha ospitato a Roma il 6° Campionato Europeo nel 1996 e a Lignano Sabbiadoro (UD) nel 2006 ha ospitato l’11° Campionato Europeo, a Catania nel 2006 ha organizzato il Primo Campionato d’Europa Giovanile).

La Fiwuk a Bologna

A Bologna e Provincia sono 19 le Società tesserate alla Fiwuk. Il Presidente del Comitato Provinciale CONI-Fiwuk è il Maestro Claudio Albieri, direttore tecnico della Polisportiva Dilettantistica Spartacus Bologna.

Dal 2001 al 2007, il Prof. Claudio Albieri, insegnante di educazione fisica e maestro di Wushu Kungfu di 5° livello (insegna Wushu in più centri dal 1987 ed Allenatore della Squadra Nazionale Italiana di Sanda CONI-Fiwuk dell’8° Campionato del Mondo 2005 svoltosi ad Hanoi - Vietnam), ha portato a termine con successo diversi progetti scolastici gratuiti alle scuole elementari bolognesi: Drusiani, De Vigri, Albertazzi, Don Bosco, Mattiuzzi/Casali, Zamboni, Giordani e Scandellara, nonchè presso i centri estivi promossi dall’Ufficio Quartiere San Vitale dal 2001 al 2005 (dove ha lavorato in qualità di Coordinatore). Nel 2006 ha realizzato il primo Centro Estivo della Fiwuk “Wushu Reno” per bambini dai 6 ai 12 anni interamente dedicato al Wushu e svolto alle scuole De Vigri/Zanotti, Centro Estivo ripetuto con successo nel 2007 presso la scuola media Dozza.

La Fiwuk, desidera quindi offrire la propria serietà e professionalità al servizio degli appassionati di Wushu e che desiderino affrontare una pratica costante, fornendo alla Pol Spartacus come direttore tecnico e referente il maestro Claudio Albieri e gli allenatori Rosi Roberto (pluricampione regionale e vice campione nazionale di Sanda cat. -75 Kg), Cavaletti Matteo (Campione Nazionale di Sanda cat -60 Kg), Crema Carlo (pluricampione regionale di Taolu e vice campione nazionale), e gli assistenti tecnici Chiaramonte Elisa (già campionessa italiana juniores e stella al merito sportivo CONI 2005), Rondelli Natan, Prosperi Antonella, Pancaldi Patrick, Gabriele Meliconi, Andrea Marchetti, Nerozzi Alessandro e Speme Davide (tutti titolati con successi regionali e nazionali ed in fase di specializzazione per l’acquisizione della qualifica di Allenatori CONI-Fiwuk).

La Pol. Spartacus Bologna, con l'attività di promozione del Wushu, manifesta chiaramente il proposito di non considerare prioritario soltanto lo sviluppo della propria attività ed il risultato agonistico in sè, ma anche la costruzione di occasioni nelle quali i bambini, gli adolescenti e gli adulti si ritrovino in attività di gruppo che favoriscano la crescita della persona nel rispetto della propria individualità, la reciproca curiosità per lo sport (anche per i meno conosciuti) dovrebbe favorire il rispetto delle regole sportive e facilitare la comprensione delle altre regole presenti nella società.

Il Prof. Claudio Albieri

Il Prof. Claudio Albieri è insegnante di educazione fisica, con la tesi di laurea dal titolo “Wushu Kungfu storia, metodologia e didattica delle arti marziali cinesi” e tesina dal titolo “L’insegnamento delle arti marziali ai bambini e ragazzi”, pratica il Wushu dal 1981, già agonista per 9 anni consecutivi (con esperienza internazionale), ha studiato arti marziali a Pechino per tre volte (nel 1990, nel 1992, nel 1994, all’Università di Educazione Fisica di Pechino e alla Scuola dello Sport di Pechino, per un periodo di quaranta giorni per volta).

Per la Fiwuk, il Prof. Albieri, riveste il ruolo di membro della Commissione Nazionale di Sviluppo e Ricerca del Wushu, è Presidente del Comitato Provinciale di Bologna della Fiwuk, si candida come referente principale per la gestione dl costruendo Centro Sportivo CONI.

Il Wushu sarà alle Olimpiadi del 2008 a Pechino come disciplina dimostrativa (avverrà per ora con una gara internazionale all’Olympic Sports Center Gymnasium svolta nel contesto dei Giochi), sarà il primo grande traguardo per far conoscere questo bellissimo sport a tutto il mondo.

Il grosso sviluppo che il Wushu ha conosciuto in questi anni rende grande soddifazione , ma altrettanta responsabilità nel condurre le attività in Italia al massimo livello.

a cura del Prof. Claudio Albieri

APPUNTI DALLE LEZIONI DEL Prof. Claudio Albieri

 maestro FEDERALE - 5° grado- di  wushu kungfu coni-fiwuk

 A cura del Prof. FERDINANDO COSTA

1.      INTRODUZIONE

1.1 Premessa

            Il termine Wushu che significa “arte marziale”, impropriamente noto in occidente come Kungfu, indica la complessa realtà delle arti marziali cinesi, la più antica delle tradizioni marziali. Per l’antichità, l’enorme varietà delle specialità, l’elevato numero dei praticanti (evidentemente soprattutto in oriente), lo straordinario grado dei risultati tecnici di numerosi atleti e gli evidenti benefici a livello psicofisico il Wushu rappresenta un patrimonio tanto particolare quanto prezioso. La pratica del Wushu può anche trascendere i confini della semplice attività sportiva per contribuire significativamente a costruire uno stile di vita sano e positivo.

Secondo la tradizione cinese il Wushu si apprende fondamentalmente attraverso l’osservazione e ripetizione dei movimenti, grazie alla guida e soprattutto all’esempio di un praticante esperto, il maestro, che prima degli allievi ha compiuto lo stesso lungo itinerario formativo.

Questi appunti intendono contribuire ad esprimere e condividere lo spirito e i contenuti trasmessi nella pratica del Wushu dal maestro Claudio Albieri; sicuramente ciò che viene qui indicato è solo un piccolo frammento dell’ampio e complesso patrimonio che il maestro Albieri ha appreso in Cina e trasmette ai propri allievi, l’intenzione è comunque quella di riferirsi con fedeltà a questo prezioso patrimonio, che è esattamente quanto ci ha trasmesso l’antica tradizione marziale cinese.

In antico gli scritti interni di una scuola di Wushu rappresentavano un tesoro gelosamente custodito, un tesoro attorno al quale potevano anche sorgere notevoli contenziosi. Sappiamo infatti che attorno ai manuali di alcuni maestri di Wushu del monastero Shaolin vi furono contese per rivendicarne l’autorità e quindi il possesso, queste contese si sono storicamente espresse in un fenomeno concreto: l’allontanamento dal monastero di gruppi di allievi che  portarono con sé  preziosi manuali (con tanto di accurate illustrazioni) esportando altrove lo stile shaolin. I tempi sono cambiati e il Wushu, almeno in questa scuola, non è legato a gelosi segreti; ciò non toglie comunque che i contenuti trasmessi rappresentano una ricchezza del tutto particolare, in quanto riferiti ad una disciplina raffinata e incrementata nei secoli da un numero incalcolabile di praticanti.

Il valore di queste pratiche sta nel fatto che esse concorrono, con una efficacia del tutto particolare, alla crescita equilibrata ed armoniosa del praticante, in riferimento alla globalità della persona. Non si tratta solo di incrementare la forza fisica ma anche di saperla controllare e convogliare con intelligenza, onestà ed una coraggiosa capacità di sacrificio orientata ad una nobile meta: la propria maturità, il tutto in un atteggiamento fattivamente solidale verso gli altri praticanti, soprattutto i più giovani.

Proprio perché si tratta di appunti, costruiti volta per volta in riferimento ai contenuti appresi nel corso delle lezioni, queste pagine non costituiscono affatto una trattazione sistematica ma una sorta di taccuino del praticante, che tenta di fissare e magari anche trasmettere quanto lo stesso praticante ha ricevuto dal maestro e, attraverso lui, dalla tradizione cinese.

1.2 Origini del Wushu: precisazioni su un luogo comune

E’ da sfatare la convinzione, generalmente diffusa, che le arti marziali cinesi siano state inventate dai monaci Shaolin, infatti si tratta di pratiche legate all’addestramento dei militari attestate fin dall’11° sec. a.C. (dal 6° sec. a.C. si parla esplicitamente di Wushu). Molto tempo dopo (seconda metà del 5°sec. d.C.) nella provincia Henan, su uno dei cinque monti sacri della Cina, il monte Songshan, sorse il monastero Shaolin nell’ambito di una delle varie scuole buddiste cinesi, la scuola Chan. La scuola è più nota con il nome “zen”,  che prese approdando in Giappone, dove fu adottata dalla casta guerriera dei samurai. I monaci Shaolin, che ebbero il loro sviluppo sotto la dinastia Tang (618-907),  non sono quindi inventori del Wushu anche se ne concorsero all’elaborazione di alcune tecniche, che divennero poi una “sezione” di quell’enorme patrimonio che è stato tramandato sino a noi e viene tuttora studiato e praticato. A dire il vero le tecniche elaborate dagli Shaolin non avevano solo un significato difensivo, infatti, poiché i monaci erano divenuti importanti proprietari terrieri, fecero uso delle arti marziali anche per reprimere i contadini che si rifiutavano di pagare le decime per i terreni del monastero.

1.3 Suddivisione delle specialità del Wushu

Taolu (forme), si tratta di sequenze prestabilite di movimenti codificati dalla tradizione secondo diversi stili: Changquan (“pugilato a lungo raggio”, stile del nord della Cina), Nanquan (“pugilato del sud”, stile del sud della Cina), Taijiquan (“pugilato del grande inizio”, stile interno, legato cioè allo studio dell’energia vitale). Le forme possono essere eseguite a mani nude o con armi, le quattro armi tradizionali più usate sono: bastone, sciabola, spada e lancia. Le forme prevedono anche combattimenti prestabiliti (duilièn) eseguiti da due o tre atleti a mani nude, con armi o anche a mani nude contro armi. Vi sono anche vari stili tradizionali a mani nude, come il Pugilato di Shaolin, dell’Ubriaco, dell’Incatenato, della Mantide Religiosa, della Tigre, del Serpente, del Drago, dell’Aquila, ecc. E’ previsto anche lo studio di varie altre armi tradizionali cinesi, oltre alle quattro già citate, fra le quali: alabarda, doppie sciabole, spade uncinate, lancia tridente, bastone a tre sezioni, frusta a nove sezioni, ecc.

Sanda (combattimento libero), questa disciplina prevede il combattimento fra atleti che, con un adeguato equipaggiamento protettivo, si confrontano secondo precise regole che prevedono l’uso di pugni, calci e proiezioni (queste ultime volte a bloccare e atterrare l’avversario, appunto proiettandolo sul tappeto).

1.4 Simbologie del Wushu NELLA TRADIZIONE VIVENTE

Il saluto: come si svolge e cosa significa

La posizione delle mani: la destra, chiusa a pugno, è avvolta dalla sinistra per significare che la forza deve essere contenuta e controllata;

la posizione delle braccia: le braccia formano un cerchio per significare l’unità di coloro che praticano le arti marziali;

la composizione della fila: all’inizio e alla fine della lezione ci si dispone in fila in ordine di altezza, i più piccoli sono a destra, questo è tradizionalmente il posto d’onore dove stavano gli allievi migliori.

Durante il saluto il maestro dice: “tong xie men hao”, traducibile con “allievi ciao”. Per la precisione xie men significa allievi, mentre tong significa “compagno”, non nel senso politico ma nel senso che le arti marziali accomunano tutti i praticanti. L’uso del “tong” intende prendere anche le distanze da antichi aspetti delle arti marziali, che erano da un lato pratiche ufficiali ma dall’altro erano anche patrimonio di gruppi organizzati alla stregua di società segrete. In questi gruppi “clandestini” il maestro era un’autorità indiscussa e veniva salutato con lo stesso saluto tributato all’imperatore (triplo inchino), sia per deridere l’imperatore in modo dissacrante, sia per riconoscere al maestro un potere assoluto; praticamente un diritto di vita e di morte sugli allievi, ai quali poteva chiedere qualsiasi cosa, anche di commettere crimini. Il saluto finale del maestro è “tong xie men zhaijien”: “allievi arrivederci”. Al saluto iniziale del maestro gli allievi rispondono: “Lao-xie hao”, “maestro ciao”, al saluto finale: “Lao-xie zhaijien”, “maestro arrivederci”.

Precedentemente durante il saluto si usava anche effettuare un inchino al mastro, abolito dal 1949 perché poteva avvallare l’aspetto storico del maestro di Wu-shu come autorità indiscussa, che, come già accennato, poteva spingere i propri allievi a commettere reati o insurrezioni, operazioni nelle quali gli allievi rischiavano anche di morire. Pertanto attualmente l’inchino è considerato scorretto; del resto  mantenerlo in uso in nome di una supposta fedeltà alla tradizione cinese non avrebbe senso, proprio perché la tradizione cinese ha avuto una sua significativa evoluzione e non risulta sensata l’insistenza nel riproporre aspetti superati e per di più riferiti a contenuti problematici.

Il saluto viene utilizzato all’inizio e alla fine dell’allenamento e in occasione delle competizioni; compiendo il saluto verso i giudici l’atleta riconosce di dovere essere valutato e si sottopone al loro giudizio. L’uso del saluto durante l’allenamento sancisce invece l’autorità del maestro, un autorità però ben definita, come si è appena detto. In questo senso il saluto alla fine dell’allenamento indica che con il termine dell’allenamento ha termine anche il ruolo del maestro, che ha concluso il proprio compito e nella vita ordinaria è in tutto uguale agli allievi.

Il 1949 rappresenta una tappa importante nella storia del Wushu anche perché corrisponde ad un importante momento di unificazione e sistematizzazione dell’immenso patrimonio del passato che fino a quel momento era particolarmente legato a differenti scuole, che dipendevano da determinate famiglie, e si trovavano di regola in rivalità (anche accesa) fra di loro. Lo sforzo di sintesi ha consegnato un grande, ordinato e comune repertorio agli istituti di educazione fisica cinesi, divenuti gli autorevoli depositari dei tesori della tradizione. In questo modo l’antica rivalità tra le diverse scuole è cessata, o perlomeno si è molto attenuata, e gli allievi si possono misurare su piani comuni nel confronto sereno delle competizioni sportive.

I quattro animali

“Masticare amaro”, ecco il primo messaggio che il giovane americano Mark Salzman ricevette dal famoso maestro di Wushu Pan Qingfu, noto come “Pugno di ferro”. La storia di Salzman è raccontata in “Ferro e seta”: nel film Salzman e Pan Qingfu rappresentano se stessi e in particolare il duro addestramento del giovane americano. Mark giunse in Cina (a Changsha) nel 1982, fresco della laurea in letteratura cinese, per svolgere un’attività triennale come insegnante d’inglese. Mark era pieno di sogni: soprattutto aveva la mente piena delle immagini degli eroi dei film di Kungfu ma quello che incontrò in Cina fu un mondo ben diverso da ciò che aveva immaginato; la sua permanenza fu dura, così come fu duro allenarsi con il famoso “Pugno di ferro”. Il film, tratto dal libro dello stesso Salzman, presenta i sorprendenti risultati degli allievi (anche giovanissimi) di Pan Qingfu ma anche l’esigenza e diciamo pure “ruvidezza” del grande maestro, che prima di tutto insegna quanto colui che si vuole accostare seriamente al Wushu debba mettere bene in conto d’imparare a “masticare amaro”. L’immagine è riferita simbolicamente ad uno dei quattro animali che, secondo la tradizione cinese, rappresentano una serie di messaggi relativi al progresso nella pratica delle arti marziali.

Sopra l’ingresso del luogo in cui ci si addestra sta infatti la tartaruga, che ricorda ai neofiti che bisogna appunto masticare amaro, cioè imparare dalla fatica, essere tenaci e pazienti. La tartaruga infatti, masticando con paziente lentezza, riesce ad assorbire senza pericolo anche elementi che sarebbero velenosi; il gusto amaro non la spaventa e la sua tenacia la porta ad ottenere un risultato, a superare la difficoltà. 

A sinistra di chi entra sta la tigre, che rappresenta la giovinezza, l’energia, il coraggio, la forza d’animo, la fierezza e l’altruismo (per l’altruismo basti pensare a come una tigre sia pronta a difendere i suoi piccoli); la tigre rappresenta anche i risultati sorprendenti che si possono ottenere con l’applicazione, in riferimento a chi è già più esperto.

A destra sta il drago, animale molto caro alla tradizione cinese, che in questo contesto è riferito a chi ha una lunga pratica nelle arti marziali e rappresenta intelligenza, saggezza, maturità ed esperienza.

Di fronte alla tartaruga è posta la fenice, il mitico uccello che si riteneva morisse bruciato e rinascesse dalle proprie ceneri, simbolo di longevità e anche d’immortalità. Il messaggio della fenice è questo: se il Wushu è tanto antico e conta tuttora un numero così vasto di praticanti allora si po’ pensare che non finirà mai.

Non è detto che in Cina le immagini relative a questi animali siano fisicamente presenti nel luogo dell’allenamento, rimane però il fatto che questi quattro animali, con i loro messaggi simbolici, in passato come oggi continuano a parlare al praticante di Wushu, indicandogli le tappe di un lungo cammino e le opportune virtù che ne consentono lo svolgimento.

Armi

Le quattro più famose armi tradizionali cinesi, a seconda del rispettivo uso, sono simbolicamente riferite ad alcuni animali o forze della natura:

il bastone rappresenta il vento, la lancia rappresenta il serpente, la sciabola rappresenta la tigre, la spada rappresenta la fenice.

A questo proposito è interessante sapere che in origine è stato molto importante lo studio dei movimenti degli animali per l’ideazione dei movimenti delle arti marziali.

1.5 Indumenti

            Solitamente in allenamento viene utilizzato un normale abbigliamento sportivo, mentre nelle competizioni si predilige l’uso degli indumenti tradizionali cinesi per il Wushu. E’ interessante sapere che l’origine marziale lascia la sua impronta anche negli indumenti, un piccolo esempio: nel corso delle competizioni di Nanquan (stile del sud) è previsto che l’atleta indossi un polsino in cuoio con borchie, così vuole la tradizione. In origine infatti il polsino serviva per difendersi dalle torsioni articolari; inoltre anticamente una protezione ampia dell’avambraccio poteva servire anche come difesa dall’attacco di animali selvatici, che potevano aggredire il viandante che si muoveva a piedi in ambienti spesso selvaggi: fornendo all’animale il braccio con la protezione da morsicare si aveva poi modo di attaccarlo e finirlo con l’altra mano. Anche l’abbigliamento contribuisce quindi nella competizione a sottolineare la “marzialità” delle pratiche, come a maggior ragione è rilevante l’interpretazione marziale dei movimenti e, laddove è previsto, il corretto uso delle armi (che deve tenere conto per es. che la sciabola colpisce in modo differente dalla spada, ecc. ).

2.      ALLENAMENTO DEL WUSHU

2.1 Scansioni dell’allenamento

La pratica del Wushu, è normalmente preceduta da un adeguato numero di esercizi di stiramento, che iniziano solitamente con le sequenze denominate Ba duan jin (otto pezzi di seta); gli otto “movimenti di seta” sono stati inventati da un generale che sembra ogni mattina li eseguisse e li facesse eseguire ai suoi soldati. Si procede poi esercitando alcuni movimenti, in particolare i movimenti fondamentali dello stile praticato, in seguito si esegue la forma o le forme studiate, infine di solito si praticano esercizi di tonificazione addominale, seguiti anche da flessioni sulle braccia  e possono seguire alcuni esercizi di qi gong.

2.2 Allungamento

            La prassi di premettere all’allenamento dopo il riscaldamento un adeguato numero di esercizi di allungamento è abituale nella didattica del Wushu; l’allungamento è particolarmente importante come preparazione all’esecuzione delle forme di taiji ma anche degli stili esterni (in particolare il changquan). Questa prassi ha una storia ben precisa e risale ai famosi monaci di Shaolin, anzi si può considerare in realtà il loro contributo forse più significativo alla pratica delle arti marziali. Infatti dopo aver trascorso molte ore nella meditazione, nello studio e nella recitazione dei mantra, mantenendo posizioni statiche, i monaci avevano una necessità diciamo “psicofisica” di muoversi e in particolare di riattivare la circolazione. E’ proprio da questa concreta necessità, legata alla pratica austera ed esigente della tradizione buddhista Ch’an, che si è consolidata presso i monaci di Shaolin la prassi di addestrarsi nel Wushu con un programma scandito da sequenze precise, dove appunto un congruo numero di esercizi di allungamento precedeva lo studio delle forme. Con questo disciplinato programma di allenamento i monaci guardiani erano particolarmente efficaci nella difesa del monastero. Constatando che questo sistema di allenamento era remunerativo anche i praticanti di Wushu esterni al monastero hanno assunto lo stesso tipo di programma, che è diventato tradizionale in Cina ed è stato assunto anche dal maestro Albieri.

2.3 Qi gong

Si pronuncia “ci-kung” e significa energia interiore o vitale; vi sono varie forme di qi gong tra cui il qi gong marziale, associato alla rottura di tavolette e altre simili pratiche. Il qi gong marziale (in qi gong) si esprime in aspetti anche piuttosto impressionanti e non sempre salutari per l’organismo; alcuni esercizi consistono per esempio nell’appoggiare la punta di una lancia alla base del collo ed esercitare una pressione fino a spezzare la stessa lancia, oppure nel sopportare la rottura con un grossa mazza di assi di cemento appoggiate sulla fronte o sul braccio. Queste pratiche, che richiedono anche uno sviluppo particolarmente efficace dell’apparato muscolare (per evitare la frattura delle ossa), rientrano comunque nel patrimonio della tradizione cinese e vanno inquadrate in un particolare contesto, quello appunto marziale. Infatti un guerriero che, prima di un combattimento, rompe una pietra liscia e compatta con un colpo della mano o fa la verticale su due dita certamente impressiona l’avversario e manda precisi segnali: avere una forza ma anche un carattere non comune e quindi preannunciarsi come un avversario temibile e bizzarro; del resto è piuttosto comune nel contesto militare impostare la guerra prima di tutto su un piano psicologico e fare di tutto per impressionare l’avversario. Più spesso tuttavia il qi-gong è costituito da pratiche legate a favorire il buon funzionamento degli organi interni e a riequilibrare l’energia interiore, anche in relazione ad alcune concezioni taoiste; questo è il qi gong che noi pratichiamo. Il qi gong non è un’arte marziale, pertanto non ha un legame diretto con il Wushu, tuttavia costituisce un aspetto particolare e prezioso della tradizione cinese e contribuisce efficacemente al benessere psicofisico della persona che lo praticata. Inoltre gli stili interni di Wushu, come il Taijiquan, fanno riferimento alla stessa idea di energia vitale, e alla possibilità di caricare questa energia grazie a determinate sequenze di movimenti. I sottostanti paragrafi 3.5, 3.6, 3.7 aggiungono vari altri dati e considerazioni in merito al tema dell’energia interiore, anche in riferimento a contenuti di tipo medico.

2.4 Alimentazione e allenamento

            La preparazione del praticante comincia fuori dall’ambiente di allenamento, anzi in un certo senso non comincia nemmeno perché diviene un’attitudine continua a esercitarsi, a non arrendersi, a importare una certa attitudine “marziale” nella quotidianità; visto che il primo e necessario esercizio di “forza” è quello nei confronti di noi stessi siamo certamente anche chiamati ad esercitarci in uno stile di vita sano, possiamo dire anche sobrio. Questo esercizio prevede sicuramente anche un’alimentazione sana, regolata e non eccessiva. Un suggerimento particolare: anche se siamo golosi cerchiamo di evitare di consumare dolci prima dell’allenamento, questo potrebbe portarci da una iniziale situazione iperglicemica ad una successiva crisi ipoglicemica (ipoglicemia di rimbalzo). Sembra strano pensare ad una crisi ipoglicemica proprio dopo aver assunto degli zuccheri, si passi un esempio per rendere meglio questo concetto: un fuoco alimentato con un fascio di legnetti produrrà inizialmente una grande fiammata ma poi si attenuerà rapidamente fino a spegnersi. L’apporto calorico di un dolce diventa quindi significativo al termine di un pasto regolare (meglio non spesso) ma non isolatamente e prima dell’allenamento. E’ vero che nell’allenamento del taiji di regola non abbiamo un impegno rilevante come nel caso degli stili esterni del Wushu, ma conviene essere prudenti: già una lezione che inizi con esercizi preparatori quali colpire la guancia del compagno, poi il piede, il ginocchio e (stando a terra) la mano, richiede una buona dose di energie, se poi a questo segue l’esercizio di alcune applicazioni marziali … il nostro fuocherello è già bello spento. Come per ogni pratica sportiva sarebbe bene non essere impegnati nella digestione durante l’allenamento, a maggior ragione questo vale per un impegno fisico ancora più rilevante come può essere quello richiesto nel corso di una competizione di sanda (alla quale l’atleta si presenta appunto a digiuno). Per alcuni stili di Wushu, soprattutto quelli esterni, può essere importante seguire un’alimentazione che punti all’incremento della forza; in questo caso si prediligeranno: uova, latticini, carni e pesce, frutta e verdura. Di fondamentale importanza è anche non trascurare un adeguata idratazione, in particolare nel corso delle competizioni agonistiche che, nel Wushu, sono caratterizzate in genere anche da tempi di attesa particolarmente lunghi.

2.5 Fondamentali

            Come si è detto una parte cospicua ed importante dell’allenamento è occupata dalla ripetizione dei fondamentali, i quali variano a seconda della specialità che si studia e del livello di addestramento; si tratta spesso di esercizi che appaiono monotoni e poco motivanti ma è proprio la dimestichezza con i fondamentali che permette di capire bene e quindi di eseguire correttamente i movimenti richiesti. I fondamentali prevedono varie sequenze di calci e pugni, l’uso degli attrezzi (bastone, sciabola ecc.), vari tipi di salti e di tecniche di caduta, come anche l’esecuzione di esercizi  utilizzati anche nella ginnastica artistica, come: capriole, ruota, ponte e verticale. Alcuni esercizi sono particolarmente acrobatici, come ad esempio il salto noto come “farfalla”, che consiste in un avvitamento (anche doppio!) eseguito in elevazione, movimento praticato anche nel pattinaggio artistico (pur provenendo in origine proprio dalle arti marziali cinesi).

2.5 Esercizi preparatori (esecuzione in coppia)

1. Tenendo una mano contro la guancia, con l’altra mano parare e contemporaneamente cercare di colpire la mano che il compagno tiene a difesa della propria guancia.

2. Con le mani dietro la schiena cercare di pestare il piede del compagno, per difendersi: spostarsi anche saltellando.

3. Senza parare, cercare di toccare la parte interna del ginocchio del compagno.

4.      Stando a terra, con una mano rispettivamente in appoggio, cercare di toccare il dorso della mano del compagno.

Questi esercizi sono normalmente eseguiti nella fase iniziale dell’allenamento e possono costituire una (efficace) modalità di riscaldamento.

2.6 Quadrupedie

            Un altro gruppo di esercizi dinamici, utilizzati particolarmente nella didattica del Wushu rivolta ai bambini, sono questi movimenti che interessano particolarmente la muscolatura della schiena e dei glutei, in quanto la progressione avviene appunto utilizzando sia gli arti inferiori sia quelli superiori. Ecco, come promemoria per i praticanti, l’indicazione di alcune quadrupedie definite dal tipo di progressione relativo ai rispettivi animali: cane, cane zoppo, scorpione, baco d’India, bruco, leone marino, foca, elefante, dromedario, coniglio, lepre, ragno, granchio, gambero.

            Una buona impostazione della schiena è favorita nei bambini oltre che dall’esecuzione delle quadrupedie anche dall’esercitarsi nella prima forma di Changquan (per la simmetria dei movimenti) e dalla corretta esecuzione della verticale.

Visione fluida e d’insieme

            I paragrafi seguenti sono dedicati in maniera particolare al taijiquan, perché questa è l’esperienza principale di chi ha steso questi appunti, ciononostante vi sono riportati dati utili anche per i praticanti degli stili esterni. Pur nelle differenze anche notevoli fra le varie specialità del Wushu vi sono alcune logiche di fondo che sono sempre sottese, alcune caratteristiche basilari e ricorrenti della didattica e della pratica. Perciò, in vari casi, anche un atleta che non pratichi il taiji può trovare utile informarsi su questo particolare stile; almeno per avere una visione d’insieme più ampia del vastissimo e prezioso patrimonio delle arti marziali cinesi che, pur nella sua complessa varietà, al suo interno è  un mondo con una coerente omogeneità, dove le diverse specialità si illuminano a vicenda. Non a caso e non raramente del resto capita che un praticante di uno stile sterno sia allo stesso tempo praticante anche di uno stile interno o che un praticante di taijiquan sia anche un valente atleta di sandà o addirittura anche di altre discipline sportive, che nulla hanno a che fare con le arti marziali. Questa situazione fluida ed articolata, che può lasciare un po’ sconcertati noi occidentali è del resto tipica delle filosofie e delle società orientali, è può essere ben schematizzata nel simbolo del tao, che appunto presenta una interpretazione dinamica, fluida e cangiante della realtà.

3. PRESENTAZIONE DEL TAIJIQUAN E DEL QI GONG

3.1 Origini del taijiquan

Il Taijiquan, o Taiji, nasce nella seconda metà del XVI sec. come uno stile di Wushu (arte marziale), come dimostra lo studio dell’albero genealogico degli inventori di questa disciplina: si tratta infatti di militari, in particolari guardie del corpo dell’imperatore o di mandarini. Per la precisione quotati studiosi cinesi, quali Tang Hao e Gu Liuxin, discostandosi da interpretazioni fantasiose che sposterebbero indietro le origini del Taiji attribuendole a figure leggendarie del XV sec. o del XII o addirittura dell’VIII secolo, le origini di questa disciplina vengono fatte risalire ad un famoso generale della dinastia Ming: il generale Qi Jiguang (1525 – 1587). Il termine Taijiquan può essere tradotto con “pugilato del grande inizio” (come dire boxe del grande inizio, oggi conosciuto come del “big bang”), tai significa “inizio” ma indica anche la trave del tempio sulla quale sono incastrati tutti gli elementi fondamentali dell’edificio.

Il taiji è basato su sequenze di movimenti lenti e fluidi, in questo senso può essere considerato una forma di ginnastica ma nelle intenzioni degli autori della disciplina lo scopo non era tanto allenare i muscoli quanto piuttosto far lavorare “l’energia interiore”, un modo insomma per “ricaricarsi”, così come noi oggi mettiamo in carica le batterie del telefonino. Il taiji fa riferimento ad alcuni elementi della filosofia taoista e della medicina tradizionale cinese con linguaggi e contenuti concettuali molto diversi dalle tipiche categorie di pensiero occidentali. E’ molto difficile e forse impossibile tradurre esattamente i termini e i concetti dell’antica tradizione cinese nei termini e concetti della cultura occidentale (in particolare della nostra cultura scientifica); senza quindi entrare nel merito di queste comparazioni e nemmeno di una valutazione degli antichi schemi interpretativi cinesi, si può semplicemente constatare che quello che il praticante di taiji sperimenta è che le sequenze di movimenti  nei quali ci si esercita hanno decisamente un effetto rilassante. Inoltre, se vogliamo provare ad esprimerci nei termini delle nostre scienze, il praticante di taiji può avvertire su di sé anche effetti relativi all’elettro-magnetismo del nostro organismo, che forse  rappresenta (o perlomeno vi ha a che fare) quella energia che i cinesi definivano “interiore” o “vitale”.

In riferimento quindi alla distinzione nel Wushu tra stili interni ed esterni il taijiquan rientra negli stili interni, quelli appunto basati sullo studio e l’incremento dell’energia vitale.

3.2 Caratteristiche del taiji

Coerentemente con le origini marziali della disciplina i movimenti eseguiti dal praticante, benché contraddistinti da espressioni particolarmente poetiche, rappresentano in realtà efficaci movimenti di bloccaggio e pressione; costituendo un sistema di difesa estrema che peraltro non si limiterebbe a immobilizzare l’avversario ma potrebbe anche produrgli un danno fisico rilevante, che in alcuni casi potrebbe divenire anche letale. Del resto l’uso di nomi poetici per definire i vari movimenti è tipico delle scuole marziali, comprese quelle occidentali, e aveva lo scopo di non far capire il movimento di cui si parlava a chi non avesse fatto parte di quella scuola. Per esempio: con “occhio di lince” si poteva magari alludere ad un movimento circolare della spada praticato all’interno di una determinata scuola di scherma; insomma si trattava di una sorta di linguaggio cifrato. I vari movimenti delle forme di taiji si riferiscono  quindi a precise applicazioni marziali, che hanno la particolarità di non corrispondere a colpi (a differenza ad esempio di quanto avviene nel sandà) ma a spinte. Il fatto che le applicazioni marziali del taijiquan siano così efficaci, e come si è detto perfino letali, può giustamente destare nel moderno praticante alcune perplessità, si tratta però di contestualizzare: il contesto storico in cui è nata e si è elaborata questa disciplina era infatti particolarmente problematico. La Cina ha attraversato alcuni periodi decisamente bui, come il periodo che va dal XVI al XVIII sec., nel corso dei quali la stessa incolumità dei sudditi era facilmente messa a repentaglio. Ci possiamo fare un’idea di questa situazione in riferimento alla figura dell’esattore imperiale: un cittadino veniva individuato per questo compito, gli veniva conferito il sigillo imperiale, quindi si attendeva da lui la riscossione dei tributi. Per essere efficace in questa opera l’esattore si circondava di autentici delinquenti, abili nelle arti marziali, e avvalendosi della loro opera passava di villaggio in villaggio; comprensibilmente i villaggi cercavano di opporre resistenza, a questo punto le alternative per l’esattore erano: essere ancora più coercitivo o rischiare di essere ucciso dai suoi stessi uomini, qualora non fosse stato in grado di pagarli. In un contesto così duro è comprensibile che verso la fine del XVII sec. all’interno del Chen Jia Guo, il villaggio della famiglia Chen, sia stata elaborata questa disciplina; gli abitanti del villaggio si allenavano regolarmente proseguendo nelle loro ordinarie occupazioni ma all’occorrenza i praticanti di taiji venivano incaricati di particolari missioni, nel corso delle quali non raramente si trovavano ad uccidere, per poi tornare alla vita del villaggio. La forma di difesa estrema rappresentata dal taiji era tanto più efficace quanto spiazzava completamente l’avversario: un attaccante carico di aggressività che si lancia contro qualcuno non si aspetta di venire improvvisamente immobilizzato da un aggredito che sfrutta abilmente gli stessi movimenti dell’aggressore arrivando perfino ad ucciderlo! Possiamo certamente rallegrarci di vivere in altri tempi, in un contesto sociale dove allenare il taiji è utile per il nostro benessere psicofisico, senza che vi sia bisogno di esercitare una difesa estrema. E’ comunque significativo che alcuni corpi di polizia, come la polizia cinese ma anche quella israeliana, si avvalgano dell’addestramento di importanti maestri di taiji per apprendere determinate applicazioni da utilizzare poi con efficacia nell’adempimento delle loro funzioni. Lontano sia dalle origini marziali, sia da moderni contesti legati alla sicurezza, il normale praticante di taiji si muove semplicemente in un contesto sportivo, ciononostante pur allenandosi normalmente con movimenti particolarmente dolci, potenzialmente si allena ad essere un buon combattente e quasi lo diviene senza accorgersene. Durante l’esecuzione della forma (ma anche dei fondamentali) è bene (dopo un po’ di esercizio) non concentrarsi sui movimenti che si compiono ma, allontanati eventuali pensieri negativi o anche neutri,  concentrarsi su pensieri positivi, pensando a ciò che ci dà pace, per esempio a qualche bella espressione della natura (lo scorrere di un fiume, il fruscio del vento …). Occorre anche cercare di accompagnare i movimenti con una respirazione fluida e continua. Come la respirazione così anche l’esecuzione dei movimenti deve essere fluida, continua; in questo senso non esistono movimenti definiti in cui ci si può precisamente bloccare (come invece negli stili esterni di Wushu), esistono solo posizioni in divenire, così come nel simbolo del Tao non c’è soluzione di continuità tra yin e yang.

Nel taijiquan la corretta esecuzione della forma prevede, oltre alla padronanza dei movimenti (compreso lo sguardo) e al controllo della respirazione e del pensiero, anche la conoscenza delle applicazioni marziali dei movimenti eseguiti.

3.3 Stili di taijiquan

Vi sono cinque fondamentali tipi di taiji, tra cui i più diffusi sono il taiji Chen (caratterizzato da alcuni movimenti eseguiti di scatto) e il taiji Yang, quello che conta più praticanti, ideato dal maestro Yang Luchan (1799 – 1872), allievo di Chen Cangxin.

La scuola Chen è la più antica, fu elaborata e tramandata a partire dal XVII sec. dalla famiglia Chen dello Stato di Henan (dove sorge anche il tempio Shaolin). Oltre alla caratteristica alternanza di movimenti dolci e di movimenti “forti” lo stile Chen prevede l’esecuzione di alcuni movimenti che richiedono competenze ginniche di notevole livello, perciò è bene sapere che alcuni autorevoli maestri di Wushu considerano lo stile Chen come uno stile misto, uno stile cioè legato sia agli stili interni di Wushu sia agli stili esterni. Un praticante di stile Chen (che non sia anche un cultore di stili esterni) potrebbe forse provare nell’esecuzione  esplosiva di alcuni movimenti una sorta di nostalgia del dinamismo tipico degli stili esterni e potrebbe magari pensare di poter incrementare efficacemente l’energia e la tonicità muscolare solo in quella specialità del taiji. In realtà gli stessi risultati si possono conseguire nel taiji con la pratica dello stile più diffuso, lo stile Yang, come si può constatare per esempio dalla massa muscolare (soprattutto nella muscolatura inferiore) dei campioni cinesi di questo stile.

  La forma più diffusa di Taiji è la forma 24 dello stile Yang, composta appunto da 24 movimenti (si tratta della forma di arti marziali più praticata nel mondo); altre forme base sono la forma 48 e la forma 32, quest’ultima è  una forma di spada. Altri stili, nati poco dopo la stile Yang, sono: lo stile Wù, ideato da Wù Yuxiang (1812 – 1880), un altro stile Wù, creato da Wù Quanyou (1834 – 1902) e lo stile Sun, risalente a Sun Lutang (1861 – 1932). Vi sono poi vari sottostili di taiji, nati da elaborazioni personali di alcuni maestri che hanno dato vita a forme particolari; quando queste forme hanno una loro coerenza e insomma funzionano (dando risultati soddisfacenti) e sono eseguite da più generazioni di praticanti con l’avvallo di questa piccola ma significativa tradizione vengono di fatto a costituire un nuovo stile, magari anche molto diverso da ciò che da secoli si insegna in Cina.

3.4 Interpretazioni del taijiquan

Fra il pluralismo e la fedeltà ad una identità

La libertà di pensiero è certo un grandissimo valore, ciò però non significa che ogni manifestazione di pensiero (e la prassi che ne consegue) sia omologabile alle altre o comunque sempre positiva; è evidente che i contenuti di pensiero (e  gli atti) di uccidere o di salvare, di rubare o di donare, di tradire o di essere fedeli … non si possono mettere sullo stesso piano. Anche rispetto al taiji la libertà di tanti praticanti ha avuto modo di esprimersi in differenti interpretazioni, ma non è detto che i risultati siano sempre di alto profilo, almeno rispetto a come questa disciplina è nata e si è sviluppata. Evidentemente questo tipo di considerazioni è particolarmente delicato e forse anche opinabile, resta il fatto che tentare di effettuare un discernimento, valutando la conformità di una qualsiasi espressione  dell’uomo rispetto ai propri stessi fondamenti storici e culturali, è comunque opera legittima e probabilmente anche doverosa. In questa prospettiva si può quindi esprimere una valutazione sulla maggiore o minore pertinenza di alcune interpretazioni del taiji rispetto alle origini e allo sviluppo di questo stile.

Il valore delle applicazioni marziali

Una prima considerazione critica in questo senso può essere relativa a gruppi di praticanti che eseguono le forme di taiji senza conoscere le applicazioni marziali dei vari movimenti eseguiti; la mancanza di queste conoscenze si può ritenere un deficit tecnicamente rilevante, proprio in relazione a quello che questo stile rappresenta, almeno rispetto alle proprie origini.

I rischi del gruppo autoreferenziale

Un altro aspetto di limite potrebbe essere la scelta di alcuni maestri di costituire gruppi di praticanti chiusi che non si confrontano con altri gruppi (ad esempio in competizioni). Questa conduzione autoreferenziale potrebbe incidere notevolmente sul livello tecnico dei  praticanti, che sarebbero meno portati a riscontrare eventuali lacune della propria scuola. In tanti sensi il confronto appare invece particolarmente utile nella nostra società e un confronto onesto è sempre utile. Chi teorizzasse poi che la non partecipazione della propria società a competizioni sportive sia affermata nel segno di una supposta tradizione (in riferimento alla pratica del taiji come cura della propria salute psicofisica) dimenticherebbe un aspetto storico fondamentale: coloro che hanno inventato questa disciplina non erano particolarmente “mistici” ma efficaci militari abituati a intensi addestramenti, ora il contesto attuale che più si avvicina alle origini marziali è quello sportivo.

Valore del confronto sportivo

Infatti in una società profondamente (e per questo aspetto felicemente) cambiata, la cosa che più si avvicina al rigore dell’antico addestramento dei militari cinesi è il rigore dell’addestramento di uno sportivo, che si misura in competizioni di alto livello e magari si esprime nel combattimento libero. Probabilmente non è un caso che non pochi atleti di sandà siano anche praticanti di taijiquan, nel contesto odierno (a parte ovviamente i militari professionisti) questi atleti sono coloro che vivono più da vicino le esperienze, anche psicologiche, proprie di un combattimento. Forse la “molla” che li spinge alla pratica del taiji è la stessa che spingeva i primi praticanti, possiamo infatti immaginare che chi era abituato a stroncare aggressioni arrivando anche ad eliminare l’aggressore avesse poi bisogno di rilassarsi, di pensare ad altro. Così chi si esprime oggi nel contesto del confronto, non certo tenero, tipico del sandà sperimenta un benefico rilassamento nella pratica del taijiquan; che allo stesso tempo però diviene anche una preparazione remota al combattimento, proprio perché è da lì che trae le sue origini.

Valenze dello sport in genere

A quanto detto si possono anche aggiungere considerazioni più generali sulla positività di una qualsiasi pratica sportiva, ben condotta e motivata: sono molto interessanti in questo senso alcune osservazioni di Viktor Frankl, il fondatore della logoterapia, che evidenziando alcuni aspetti di limite della società contemporanea aveva anche sottolineato alcune risposte positive proprio in riferimento alla pratica dello sport. Questo importante psicologo austriaco notava ad esempio come l’uomo moderno, che si può permettere di muoversi sempre più velocemente e senza fatica, abbia “inventato” lo jogging: si è andato quindi a cercare una fatica della quale non aveva bisogno. Per essere precisi lo jogging non è una invenzione ma è un dare nuovo valore e significato a ciò che in altri contesti (a partire ad esempio dagli antichi greci e dagli antichi cinesi) si è sempre fatto, quello che è interessante è proprio il nuovo valore che questa pratica può assumere nella società contemporanea; in questo senso il riferimento allo jogging è solo un esempio per mettere in luce un particolare significato di cui può essere rivestito lo sport nel nostro contesto socioculturale. Infatti secondo Frankl lo sport può essere oggi un modo per recuperare alcune dimensioni che in passato erano legate all’ascesi, cioè alla capacità di esercitarsi, di lavorare su di sé con impegno, accettando sacrifici, anche rilevanti, in vista di una meta ritenuta significativa. Se un’attività sportiva permette di affrontare la dimensione del sacrificio e abitua a porsi delle mete tutto ciò è, secondo Frankl, estremamente rilevante per lo sviluppo equilibrato della personalità. Anche in questo senso quindi il concepire il taiji come un’attività sportiva è certamente significativo.

Libertà e tutela dei singoli

Con questo non si vuole negare il diritto dei singoli praticanti di trovare nel taiji un modo per rilassarsi e per avere cura del proprio benessere psicofisico senza il bisogno d’impegnarsi nella dimensione agonistica; questa opzione è più che legittima, l’aspetto di limite può essere presente, come già detto, dove la società di riferimento, nel suo insieme, è slegata dalla sana possibilità di confronto che le competizioni sportive possono offrire.

Del resto una società chiusa potrebbe anche più facilmente prestarsi al progetto di qualche maestro, poco etico, di non fare progredire completamente i propri allievi per mantenere su di essi la propria superiorità tecnica; purtroppo non sempre chi detiene un potere e un sapere è sempre limpido e disinteressato. Anche questo possibile e grave limite sarebbe arginato dalla possibilità di confronto con altre scuole nel corso delle competizioni sportive.

Il rapporto con la tradizione

Un’altra osservazione può essere avanzata in merito al come ci si rapporta alla tradizione, non è detto infatti che il semplice richiamo alla tradizione corrisponda veramente a contenuti autentici e significativi, è possibile in merito un piccolo esempio di tipo lessicale. A partire dal 1949 si è adottata la convenzione di rendere il rispettivo termine cinese con la scrittura in caratteri latini “taijiquan”, abbreviato con “taiji”, invece della precedente convenzione che utilizzava la scrittura “tai chi”; ora la scelta di una scuola di mantenere la precedente convenzione (tai chi) può essere ritenuta scorretta per il fatto di non tenere conto di un cambiamento avvenuto e socialmente accettato e codificato. Ora il rapporto fra taijiquan e sviluppo sociale rappresenta una dimensione profonda e significativa, eccone un esempio: proprio perché la società è cambiata (e con essa i praticanti) il taiji non è più legato direttamente a figure militari e ad applicazioni violente o addirittura cruente, questo cambiamento è certo significativo ed indica quanto sia importante e delicato il nesso tra questa pratica e lo sviluppo sociale. Pretendere di isolare la propria scuola dall’evoluzione della società cinese non sembra quindi corretto: la tradizione vera è qualcosa di vitale, qualcosa che si evolve nel tempo, pretendere di bloccare in qualche modo questo processo e di sganciarlo dalla propria culla vitale, la Cina appunto, appare un’opera tanto pretenziosa quanto fragile.

Manuali al servizio di se stessi o della tradizione?

C’è anche un altro aspetto problematico relativo al rapporto con la tradizione, che riguarda anche la pratica degli stili esterni di Wushu: qual è il valore da attribuire ai manuali occidentali? Sono in commercio infatti testi scritti dove vengono presentate alcune forme che,  rispetto a ciò che tuttora si tramanda e insegna in Cina, sono state modificate (ad esempio per l’aggiunta di alcuni movimenti). Ora, almeno in Italia, quando un atleta presenta in una competizione una di queste forme modificate riceve un punteggio più elevato, per il semplice fatto di aver eseguito un maggior numero di movimenti codificati in un manuale. Sarebbe bene interrogarsi, anche a livello federale, sulla serietà di questo criterio: infatti un conto è dire che in Cina il Wushu ha una sua evoluzione lungo i secoli, altra cosa invece è sostenere che se io cambio questo patrimonio secolare, per il semplice fatto che pubblico un testo in Europa o in America, ciò non comporta alcun problema. Se questo è il criterio qualunque ciarlatano può modificare arbitrariamente una forma,  pubblicare un libro e far ottenere riconoscimenti più alti ai propri allievi rispetto ad allievi allenati da maestri che si sono formati in Cina. Questo non è giusto, come non è giusto che un corpo di arbitri non eserciti un accurato discernimento su questo stato di cose; tra l’altro in questo modo si avvalla anche l’idea che un libro valga di fatto più dell’insegnamento di un maestro e questo non è certo conforme alla tradizione (anche attuale) cinese. Del resto il confronto nelle competizioni mostra chiaramente che un atleta, pure molto dotato, che si forma con un metodo “fai da te” grazie a manuali o video didattici esprime una prestazione lacunosa e si vede magari superare da atleti, anche molto meno datati ma forse più umili, che alla scuola di un buon maestro hanno “masticato amaro” sui fondamentali, conformemente alla didattica cinese, e hanno raggiunto un grado di preparazione più solido.

Insidie dell’esoterismo

Ancora più problematico sarebbe poi abbinare la pratica del taiji a piani che non le sono affatto propri quali  l’esoterismo e la magia coltivati in ambiti settari; ciò non è certo corretto rispetto alle origini e all’evoluzione di questo particolare stile di Wushu, oltre al fatto che le realtà con le quali avverrebbe la commistione sono ritenute negative in tutte le grandi tradizioni filosofico-religiose oltre che duramente condannate anche dal governo cinese.

Queste osservazioni critiche non pretendono di essere esenti da limiti, intendono comunque indicare possibili interpretazioni problematiche che diventano tanto più insidiose quanto più si allontanano da un patrimonio in sé preziosissimo, fino a deturparlo e snaturarlo.

3.5 CONSIDERAZIONI SUGLI EFFETTI DEL TAIJI E DEL QI GONG

Aspetti ginnici

Nella pratica del taiji vi sono positivi effetti sull’organismo legati alla tonicità muscolare e alla elasticità o mobilità articolare, oltre che all’esercizio dell’equilibrio e della coordinazione motoria. Al di là di quello che può sembrare, nonostante la fluidità e quasi “evanescenza” dei movimenti che si compiono, la pratica del taijiquan ha un deciso e quasi sorprendente incremento della tonicità muscolare (in particolare della muscolatura superiore), tanto da essere utilizzata per il recupero di persone che hanno subito incidenti e sono rimaste immobili per lungo tempo. In particolare sono da tempo noti i benefici del taiji in relazione al recupero delle funzionalità delle ginocchia, dell’anca e della schiena; anche se va precisato che queste considerazioni sono legate soprattutto allo stile Yang. Per altri stili di taijiquan potrebbero essere necessarie alcune puntualizzazioni, nel merito delle quali questo contributo non entra, a parte una piccolissima considerazione relativa allo stile Chen. La pratica di alcune forme dello stile Chen infatti, in particolare per l’esecuzione di alcune posizioni basse, sia per i caratteristici movimenti bruschi (che contraddistinguono questo stile) potrebbe non essere indicata in seguito ad alcuni eventi traumatici.

In merito invece a considerazioni relative all’influenza sull’organismo della pratica del qi gong si rimanda al sottostante paragrafo sull’aspetto energetico.

Aspetti interiori psicologici ed educativi

Tuttavia la pratica del taiji e del qi gong può avere interessanti effetti anche su altri piani, infatti l’abitudine al controllo della postura e della respirazione e al controllo del pensiero, possono costituire sane competenze (particolarmente legate alla capacità di autocontrollo) che il praticante può esportare in altri ambiti di vita. A questo proposito è interessante notare come in Cina corra voce che la pratica del taijiquan presso i bambini sia a volte caldamente “orientata”, secondo quella tipica sensibilità definibile come “via asiatica ai diritti umani”. Senza entrare, in questo contesto, nel merito del delicatissimo tema dei diritti umani nella società cinese, prendiamo in considerazione il fatto che i bambini i quali (volenti o meno) praticano il taiji hanno effetti positivi in ordine alla gestione delle proprie emozioni e in particolare al controllo della propria aggressività. Insomma l’effetto rilassante della pratica del taiji (e si può estendere il discorso anche al qi gong) può avere significative applicazioni anche in riferimento a quei comportamenti problematici, che interessano sempre più il mondo giovanile (ma non solo), definiti da alcuni studiosi sotto la categoria di “analfabetismo emotivo”. Più difficile è motivare un bambino occidentale alla pratica del taiji; l’universo dei valori e degli stimoli con cui i nostri bambini normalmente si confrontano li portano a preferire pratiche più “dinamiche”, come potrebbero essere anche gli stili esterni di Wushu. Ciò non toglie che se si trova, anche nel nostro contesto sociale, qualche bambino per temperamento o altro disponibile verso il taiji, questa pratica gli farebbe solo bene; per la cronaca sotto il maestro Albieri la Polisportiva Dilettantistica Spartacus di Bologna conta un praticante di taiji di 9 anni (medaglia d’oro ai campionati regionali di taiji dell’11 marzo 2007, in quanto unico della sua età a presentarsi con la forma 24).

L’aspetto energetico in prospettiva interculturale

Oltre agli effetti sopra citati di tipo psicofisico il praticante di taiji e di qi gong, dopo una certa esperienza, arriva chiaramente ad avvertire in sé ciò che la tradizione cinese chiama “energia vitale” (o interiore) e che potremmo definire nei termini delle nostre conoscenze scientifiche, pur nei limiti di questa “traduzione”, come un “campo magnetico”. Gli antichi inventori di queste discipline avevano probabilmente trovato il modo di agire sull’elettromagnetismo del nostro organismo, individuando metodi per effettuare una “carica” del relativo campo magnetico. A questo punto si potrebbero aprire ulteriori prospettive nella misura in cui la medicina tradizionale cinese attribuisce a questa energia una funzione terapeutica, anzi un certo tipo di qi gong  (quello da noi praticato) di per sé vuole avere proprio una valenza terapeutica, riferita al buon funzionamento di determinati organi. In altri termini una volta che l’energia si è “caricata” la si potrebbe utilizzare per risolvere alcuni problemi di ordine fisiologico, come se si sottoponesse un arto ad una sorta di terapia con radiazioni. Qui mi fermo perché non sono competente in questo ambito, mi limito a segnalare la possibilità di questi effetti e della loro utilizzazione, in riferimento anche a quella pratica nota come “pranoterapia” (terapia del “prana”, che in sanscrito significa “soffio vitale”). La pranoterapia non ha nulla di magico o paranormale (a parte il caso di un mago che si spacciasse proditoriamente come pranoterapeuta) in quanto risulta legata al fenomeno naturale dell’elettromagnetismo del corpo (cfr. anche gli esperimenti di Galvani sull’elettricità delle rane); alcune persone hanno questo “potenziale” più sviluppato e riescono ad usarlo a scopo terapeutico. Questo argomento sa di esoterico ma questo,  a mio avviso, è imputabile a determinate matrici culturali, particolarmente forti nella società occidentale, che quanto più ritengono di detenere gli unici o i migliori punti di vista possibili si rivelano allo stesso tempo come prospettive parziali e anche miopi, arrivando perfino a negare l’esistenza di realtà, anche empiricamente riscontrabili, solo perché non corrispondono ai nostri criteri scientifici. Rimane il fatto che una energia legata al nostro organismo esiste ed è perfino riscontrabile attraverso i raggi X; a questo proposito è interessante notare come l’esercito russo abbia effettuato un monitoraggio sistematico dei propri militari così da individuare (tramite lastre) chi aveva un notevole potenziale energetico, per poi avviare questi soggetti verso pratiche paramediche quali il massaggio e  la fisioterapia. Una trattazione sulle possibili applicazioni mediche di quella energia che si carica con la pratica del taiji e del qi gong dovrebbe essere affrontata da persone competenti in queste pratiche ma anche negli studi medici; in questo contributo ci si limita a segnalare la presenza di questa energia e la fecondità di studi e applicazioni terapeutiche che sappiano coniugare le conoscenze scientifiche e mediche occidentali con le conoscenze della medicina tradizionale cinese (e magari anche di altre medicine tradizionali), per una concezione del benessere psicofisico più globale e anche più efficace. Al di là di questi possibili approfondimenti teorici, e delle relative applicazioni, taiji e qi gong contribuiscono di fatto a migliorare il benessere psicofisico dei praticanti e questo è già un risultato tanto attestato quanto positivo.

3.6 I dati della letteratura scientifica

Nel corso del Congresso nazionale 2001 dell’associazione Specialisti in Medicina dello Sport dell’Università di Chieti alcuni medici della Fondazione Matteo Ricci* sono intervenuti in merito allo stato dell’arte sulle ginnastiche mediche cinesi nella letteratura scientifica degli ultimi anni; in riferimento a diversi studi condotti in: USA, Taiwan, Australia, Giappone, Hawai, Israele, Gran Bretagna, Cina. Durante il convegno si è lamentata la sostanziale assenza dell’Italia e più in generale dell’Europa rispetto a questo tipo di studi, oltre alla mancanza di collegamento tra i medici e le Università che si stanno aprendo in questo senso. I diversi articoli (37) presentati riguardavano  vari campi di applicazione clinica, in particolare in riferimento alla geriatria. In sintesi è stata sottolineata l’efficacia del taiji e del qi gong per l’equilibrio posturale e l’elasticità dei movimenti, quindi anche per la prevenzione e riduzione delle cadute degli anziani (e delle relative fratture), ma anche per favorire le funzioni cardiorespiratorie, per riabilitare pazienti affetti da esiti di infarto miocardico acuto o artrite reumatoide, per ridurre il dolore, lo stress mentale ed emotivo e l’insonnia; la pratica del taiji e del qi gong ha positivi effetti anche in merito alla longevià, in quanto riporta lo stato di forma del soggetto a livelli analoghi a quelli di individui più giovani (da 3 a 10 anni). Sono attestati anche interessanti risultati rispetto al trattamento dell’osteoporosi, dell’artrite reumatoide e della spondilite anchilosante; infine studi su soggetti giovani (studenti) hanno attestato la validità dell’impiego del taiji per incrementare la capacità di apprendimento. Diversi altri successivi convegni hanno confermato gli stessi dati, definendo un quadro che attesta in modo inequivocabile gli effetti positivi del Taiji e del Qi gong sullo allo stato di salute dei praticanti.

*Dr. Ettore De Giacomo, Fondazione Matteo Ricci, Docente al Corso di Per-fezionamento in Agopuntura dell’Università di Milano, Membro della Commissione Istruttoria della Regione Lombardia per la Medicine Non Convenzionali. Prof. Emilio Minelli, Fondazione Matteo Ricci, Coordinatore didattico Corsi di Perfezionamento in Agopuntura e Medicine non Convenzionali Università degli Studi di Milano, Membro della Commissione Istruttoria della Regione Lombardia per la Medicine Non Convenzionali. Dr. Camillo Schiantarelli, Fondazione Matteo Ricci, Docente al Corso di Per-fezionamento in Agopuntura dell’Università di Milano, Membro del Comitato Tecni-co Scientifico della regione Lombardia  per le Medicine Non Convenzionali. La Fondazione Matteo Ricci si richiama appunto al famoso missionario gesuita (1552-1610) che visse alla corte imperiale di Pechino come astronomo e matematico e fu consigliere e amico dell’imperatore, arrivando a creare un fecondissimo connubio tra le conoscenze del mondo occidentale  e l’antica cultura cinese. La figura del Ricci rimane anche per noi l’esempio della possibilità e della positività dell’incontro tra diversi mondi culturali, per questo non a caso un gruppo di medici occidentali che conosce e pratica anche la medicina tradizionale cinese ha scelto di rifarsi idealmente alla figura di questo straordinario missionario.

3.7 Una tradizione decisamente accurata

Un aspetto interessante della medicina tradizionale cinese, nel cui ambito rientra anche il taiji e il qi gong, è la sperimentazione secolare e la formazione minuziosa; basti pensare a questo proposito all’agopuntura. Anticamente infatti si decise di effettuare una “scrematura” tra autentici agopuntori e agopuntori improvvisati, la selezione avvenne tramite un severo esame a cui furono sottoposti tutti gli agopuntori dell’impero; l’esame consisteva nell’individuare su di un manichino a grandezza naturale in bronzo, ricoperto di cera, i punti esatti richiesti all’esaminando tramite l’inserimento di un lungo spillo, se lo spillo non entrava il candidato non superava l’esame. Questa selezione fu particolarmente accurata anche perché il ruolo attribuito all’agopuntore era molto importante; siamo sicuri che le tecniche tramandate furono solo quelle assolutamente corrette, perché tutti coloro che non passarono l’esame vennero uccisi. Questa selezione, diciamo poco umanitaria, testimonia comunque l’alto livello di competenze acquisito e trasmesso dai medici tradizionali cinesi, che oggi in Cina sono equiparati a tutti gli effetti ai medici formatisi con la medicina occidentale.

3.8 Il perenne fascino del commercio

            La tentazione di commercializzare anche le cose più belle e tradizionali non è diffusa solo in Cina ma anche, e forse ancora maggiormente, dalle nostre parti, gli esempi non mancano. Basta pensare per esempio alle cinture: chi si è formato in Cina sa bene che i livelli di apprendimento, valutati con esami, non sono affatto indicati da cinture di differente colore, le stesse divise o costumi utilizzati per allenamento e gare non prevedono cinture con colori indicanti le differenti categorie, in altre parole in Cina le cinture servono per … reggere i pantaloni, non per altro. Il sistema delle cinture di differente colore per indicare i diversi gradi di preparazione è nato in Giappone con lo scopo pratico di designare diverse categorie di atleti che si dovevano confrontare nel Karate. Il fatto che in Italia si sia in parte diffuso il sistema delle cinture per determinare i gradi nel Wushu, ben sapendo che ciò non ha nulla a che fare con la tradizione cinese, è concepibile solo all’interno di una logica di tipo commerciale e di arbitraria interpretazione. Che senso ha praticare le arti marziali cinesi con “coreografie” e schemi assolutamente assenti nella tradizione cinese? L’occidente ha spesso un materialistico bisogno di determinare, classificare, stereotipare e appunto … commercializzare, perciò si diffonde anche ciò che è privo o perlomeno povero di significato. Ognuno faccia le proprie scelte ma almeno sappia che cosa c’entra e che cosa non c’entra con il Wushu. Un altro interessante esempio di risvolti più legati al consumismo che alla tradizione marziale cinese è dato dalla musica: girando per i nostri ipermercati è facile trovare proposte musicali espressamente ideate per il taiji (o anche altre discipline), come se fossero prodotti direttamente colti dal mondo orientale. E’ invece bene sapere che la tradizione cinese non conosce musiche composte apposta per il taiji, si sostiene semplicemente che la pratica del taiji possa essere utilmente accompagnata da una musica rilassante o anche dai suoni della natura: il canto degli uccellini, l’acqua di un ruscello o di una fontana, il fruscio delle chiome arboree ecc. Ora la definizione di musica rilassante è piuttosto soggettiva, dipende che cosa la singola persona trovi per sé rilassante: per uno può essere Mozart, per un altro il canto gregoriano, per un altro un mantra buddista, per un altro ancora un cantautore italiano e così via. Anche in questo caso possiamo constatare come sia (largamente) diffuso un concetto relativo al taiji che non ha a che fare con la tradizione cinese, in questo modo magari qualcuno si complica la vita (perché si rilasserebbe meglio con la musica del cantante preferito) e magari qualcun altro si fa … dei soldi! Rimane sempre la libertà dei singoli di fare le proprie scelte, ma che appunto siano scelte consapevoli, nell’ambito di informazioni serie e limpide. Se poi ci fosse qualcuno che troverà motivo di offendersi per queste affermazioni, ciò non è l’effetto voluto da chi ha scritto queste pagine, ma potrà comunque essere conferma che quanto si è scritto è vero.

4. ALLENAMENTO DEL TAIJIQUAN

4.1 Respirazione

Nel qi gong, come anche nel taiji, ha un ruolo molto importante la respirazione, che dovrebbe essere lenta, fluida e possibilmente diaframmatica. La respirazione diaframmatica è praticata in vari contesti: è utilizzata per esempio da chi canta, da chi suona alcuni strumenti a fiato, dai praticanti di yoga e in alcune discipline sportive, consentendo di riempire interamente i polmoni, favorisce una buona ossigenazione del sangue ed ha un effetto rilassante. Questo tipo di respirazione si impara con l’esercizio e sotto la guida di un esperto; può essere tuttavia allenata, ad esempio tenendo presente che il nostro corpo utilizza “automaticamente” questa modalità quando siamo sdraiati con la schiena in appoggio: in questa posizione è molto facile individuare il movimento del diaframma e la sua posizione alla base dei polmoni. Una volta individuato il muscolo lo si può rinforzare, ad esempio appoggiandovi sopra alcuni libri ed esercitandosi ad alzarli ed abbassarli. Dopo una adeguata pratica l’inspirazione e l’espirazione dovrebbero essere rispettivamente associate nel qi gong a determinati movimenti dell’esercizio che si sta compiendo; come del resto nel taiji l’espirazione dovrebbe essere associata ai movimenti di spinta. In realtà abbinare correttamente movimento e respirazione rappresenta un livello di pratica avanzato che richiederebbe al principiante una concentrazione troppo alta e in definitiva impossibile. Bisogna inoltre fare attenzione ad evitare sia una respirazione eccessivamente lenta, sia all’opposto una respirazione troppo veloce che porterebbe il cervello in iperventilazione, cioè darebbe un eccessivo afflusso di ossigeno; ciò produce un senso di stordimento accompagnato da un deciso rossore del volto e così proseguendo si arriverebbe a perdere i sensi. Pertanto, fino a quando non si è raggiunto un buon livello nell’esercizio o nella forma che si sta eseguendo, è bene accontentarsi di accompagnare i movimenti con una respirazione semplicemente lenta.

4.2 Equilibrio

Nella pratica del taiji è molto importante la ricerca dell’equilibrio, una ricerca spesso non facile, visto che in molti movimenti della forma si è in appoggio su un solo piede mentre il capo eretto dirige lo sguardo rispettivamente su una o l’altra mano o anche sull’orizzonte. E’ interessante notare come alcuni praticanti di taiji utilizzino questo allenamento all’equilibrio applicandone i frutti in altri contesti, come avviene nel caso di alcuni praticanti di taiji che sono anche alpinisti: in questo caso la ricerca dell’equilibrio viene trasportata dal movimento a terra al movimento ascensionale. Un esempio particolarmente autorevole in questo senso è fornito dal testo tecnico-didattico del Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane “Progressione su roccia”, il cui autore, Paolo Caruso, Guida Alpina - Maestro d’Alpinismo rivela come la sintesi da lui proposta agli aspiranti Guide Alpine derivi sia dalla sua esperienza come Guida sia dalla pratica del taiji e del qi gong.

Secondo la tradizione cinese nel taiji come nel qi gong il ruolo del maestro è fondamentale, infatti l’allievo apprende essenzialmente imitando numerosissime volte i movimenti che vede eseguire dal maestro.

4.3 Impostazione generale per eseguire gli esercizi di qi gong

Solitamente l’esecuzione degli esercizi di qi gong avviene in posizione eretta con le gambe divaricate e leggermente flesse (così che il ginocchio “copra” la punta del piede), il bacino dovrebbe essere arretrato (“retro pulsione” posizione non spontanea che si ottiene e si mantiene agevolmente con la pratica), in generale è importante essere rilassati. Solitamente le sequenze iniziano con le mani aperte e contrapposte come a formare una palla e si concludono con il movimento “qi-shi”, tipico anche del taiji. I positivi effetti del gi gong dipendono da una esecuzione corretta, il che prevede non solo la precisa ripetizione delle sequenze, ma anche una corretta respirazione, il tutto accompagnato dalla concentrazione della mente, che, come dicono i cinesi per il taijiquan, deve evitare pensieri negativi o anche neutri per coltivare pensieri positivi. Tutto ciò è riferito a quella tipica visione globale della salute, caratteristica della medicina tradizionale cinese, e attinge fondamenti ideali anche da alcune concezioni della filosofia taoista sul processo di purificazione dell’uomo e sul rapporto tra uomo e natura. La pratica del qi gong consente di ottenere i migliori effetti al mattino appena alzati; è significativa se possibile l’esecuzione all’aria aperta in un bel ambiente naturale. La pratica per un periodo di 20 o 30 minuti al mattino fornisce oltre che rasserenamento anche una buona dose di energie per la giornata da affrontare, tanto che alcuni praticanti in previsione di giornate particolarmente faticose anticipano di mezzora la sveglia per “caricarsi” di energia con il qi gong.

4.4 Come, dove, quando

Vi sono alcune condizioni esterne che possono utilmente accompagnare l’esecuzione del taijiquan: ad esempio l’abbigliamento, che è bene sia comodo e non costrittivo; non solo particolarmente comodi ma anche suggestivi sono gli indumenti tradizionali cinesi (o comunque orientali) che, per chi vuole esprimersi anche a livello sportivo, vengono normalmente utilizzati nelle competizioni di taiji. Di solito nel nostro contesto taiji e qi gong vengono allenati in palestra ma l’esecuzione in ambiente naturale sarebbe particolarmente significativa ed efficace; la miglior “palestra” diviene quindi la natura nelle sue migliori espressioni: un bel prato, la cima di un monte, una spiaggia solitaria, la radura di un bosco … In Cina molti praticanti si ritrovano tradizionalmente nei parchi pubblici, magari portandosi dietro una gabbietta con un uccellino, per essere sicuri di avere un adeguato accompagnamento. Oltre alle voci della natura anche una musica rilassante può costituire un importante contributo per una pratica più fluida ed efficace; ogni praticante potrà individuare i tipi di musica che soggettivamente gli risulteranno maggiormente rilassanti. Anche studi di tipo tecnico in ambiti quali la musicoterapia attestano, da antica data, come alcuni tipi di musica abbiano oggettivamente un effetto rilassante e benefico. Visto che nemmeno le forme più complesse necessitano di ambienti particolarmente spaziosi solitamente è possibile praticare il taiji anche all’interno della propria casa (almeno allenando alcune sequenze); a maggior ragione è possibile eseguire vari esercizi di qi gong in un ambiente poco spazioso. La pratica mattutina può essere significativa per iniziare bene la giornata, anche sotto l’aspetto energetico, ma può essere utile la pratica del taiji e del qi gong pure prima di coricarsi o durante la giornata, soprattutto in momenti di tensione, per rilassarsi e rasserenarsi.

4.5 Il tempo morto … tra gelosi segreti

Questo argomento riguarda un aspetto delle applicazioni marziali di alcuni movimenti, è quindi un aspetto tecnico che nel contesto attuale può trovare un’applicazione sportiva nel combattimento libero (sandà). Si tratta inoltre di un contenuto che richiama un aspetto tipico delle arti marziali: la segretezza. Chi ha fatto esperienza della didattica cinese del Wushu sa bene infatti quanto i maestri cinesi siano gelosi di alcuni aspetti del loro insegnamento, soprattutto in merito alle applicazioni marziali. Basti pensare, a questo proposito, a stage o video didattici che insegnano volutamente applicazioni sbagliate o comunque impossibili in combattimento. Dietro a questo strano, quanto diffuso, atteggiamento c’è l’idea che alcuni contenuti costituiscano un patrimonio talmente prezioso da non poter essere ceduto facilmente, soprattutto a stranieri. Ma che cos’è dunque questo “tempo morto” e perché si tratta di qualcosa che i maestri cinesi non insegnerebbero facilmente? L’idea di fondo è che alcuni movimenti, applicati nel combattimento, costituiscano una sequenza sufficientemente lunga, ed in parte priva di efficacia, tanto da poter offrire all’avversario lo spazio per una significativa difesa o anche controffensiva; il tempo morto è quindi quel particolare momento in cui l’avversario potrebbe reagire rispetto alla tecnica che io sto applicando. Il tempo morto va individuato esattamente nella pratica rispetto agli specifici movimenti che si stanno allenando e, rappresentando appunto un’importante possibilità di difesa, costituisce un contenuto che molti maestri insegnerebbero solo con grande cautela.

4.6 Come l’acqua

            Nella didattica delle arti marziali i cinesi ricorrono spesso all’esempio dell’acqua; nel taiji questa analogia può essere utile in riferimento alle applicazioni marziali: come infatti l’acqua è sempre se stessa pur potendo assumere la forma di qualsiasi recipiente, così il praticante deve saper riconoscere, nel confronto con l’altro, quale movimento eseguire ed anche come eseguirlo, adattandosi appunto ad ogni possibile situazione. La grande varietà di tecniche trasmesse dalla tradizione è un ricco patrimonio del passato, tanto più variegato quanto appunto offriva in origine un abbondante repertorio, al quale attingere con efficacia rispetto alle svariate situazioni che si potevano presentare in un combattimento, in particolare come risposta alle aggressioni. L’immagine dell’acqua è cara alla tradizione cinese e utilizzata anche nel Tao-te-Ching (il libro del Tao e della Virtù) un antico e famoso testo legato alla tradizione taoista. Nel cap. 78 del Tao-te-Ching leggiamo: “nulla al mondo è più debole e molle dell’acqua, eppure nel corrodere ciò che è duro e forte nessuno riesce a vincerla, nell’uso nessuno riesce a cambiarla. La mollezza vince la durezza, la debolezza vince la forza”. Questi aforismi richiamano un principio fondamentale nel taoismo: il principio del “wu-wei” (non agire), che non significa “non fare nulla” ma sottolinea l’importanza del non interferire con le leggi universali e del sapersi immergere nell’armonia della natura. Se si vuole riprendere questa immagine in riferimento al taiji, la fluidità dell’acqua può essere analogata alla fluidità dei movimenti delle forme ma anche, come già detto, alla capacità di adattamento richiesta nelle applicazioni marziali. L’idea della mobilità e adattabilità si può anche riferire al fatto che, sempre nell’originario contesto marziale, la logica generale del taiji consiste nello sfruttare l’energia dell’aggressore, in particolare la sua spinta: accogliendola, bloccandola, orientandola e poi contrastandola. In questo raffinato processo la risposta all’aggressione è tanto più efficace quanto più il praticante di taiji sa sapientemente giocare su rotazioni del busto, delle braccia, dei polsi … o comunque su una impostazione del corpo che si adatta al movimento dell’avversario per renderlo inefficace. In questo modo nel taijiquan, proprio come l’acqua, la “mollezza vince la durezza”! Evidentemente gli stessi principi di fluidità e adattabilità valgono anche per gli stili esterni del Wushu, certamente per i combattimenti prestabiliti e anche per il confronto sportivo nel sandà: si tratta sempre di differenti contesti in cui la stessa immagine tradizionale dell’acqua ci torna a parlare in modo significativo.

5.      FORMA 24  –  STILE YANG

5.1 Descrizione di un fondamentale

Il primo movimento fondamentale che in genere si allena è la progressione gong bu. Questo tipo di progressione, eseguito con retroversione del bacino, è definita dal particolare movimento delle gambe, che partono rispettivamente con il piede alzato a punta in giù concludendo poi con l’appoggio del tallone. Una volta appoggiato il piede si avanza con il ginocchio fino all’altezza dell’alluce poi si alza la punta del piede e si divarica leggermente il piede prima di tornare in appoggio per proseguire con l’altra gamba. Ci si esercita in questo movimento, che determina una particolare progressione di tipo “ondeggiante”, tenendo le mani appoggiate sul ventre (gli uomini appoggiano prima la mano destra, le donne appoggiano prima la mano sinistra).

N.B. Secondo la medicina tradizionale cinese il centro dell’energia interiore si trova appunto due pollici sotto l’ombelico.

Gli altri tipi di progressione allenati come fondamentali sono: la progressione in posizione cha bu, che si esegue durante la forma nel movimento “spingere via la scimmia”, e la progressione in posizione en dang bu, utilizzata durante la forma nel movimento “muovere le mani nelle nuvole”.

5.2 Un fondamentale scomodo

Solitamente nell’esecuzione dei fondamentali non si esegue anche il movimento “sfiorare il terreno”, visto che, a parte il raro caso (almeno in occidente) di praticanti bambini, per la mobilità articolare di un adulto è un movimento abbastanza ostico. E’ quindi bene ogni tanto allenare anche questo movimento della forma 24. E’ comunque importante eseguire il movimento correttamente, in particolare rialzandosi con flessione della gamba stesa, per non sollecitare eccessivamente l’articolazione del ginocchio. Il motivo per cui solitamente questo fondamentale non viene allenato è proprio dovuto al fatto che, a differenza di tutti gli altri movimenti della forma 24 dello stile Yang, questo movimento non ci impegna solo a livello muscolare a anche, e decisamente, a livello articolare. Un presupposto importante per compiere positivamente questo movimento è proprio allenare gli altri fondamentali, infatti con questi reiterati (e un po’ monotoni) esercizi si tonifica la muscolatura delle gambe, che possono quindi affrontare meglio la sollecitazione abbastanza atletica del movimento “sfiorare il terreno”. In questo caso si può ben constatare l’utilità del tradizionale sistema cinese di didattica del Wushu, appunto basato sulla lunghissima, quasi estenuante, ripetizione dei movimenti; per noi occidentali è una logica ostica e poco appetibile, ma nella misura in cui nell’allenamento riusciamo ad assumerla  saremo ripagati dalla qualità del risultato. Non per niente la secolare sperimentazione del Wushu, come anche della didattica del Wushu, ha dato risultati consolidati e sorprendenti. Evidentemente il praticante anziano, caso molto frequente in Cina, effettuerà questo movimento nei limiti della propria elasticità, senza pretendere troppo a livello articolare e concentrandosi maggiormente sull’impegno muscolare.

5.3 Qinna

Le arti marziali cinesi comprendono quattro aspetti del combattimento, basati rispettivamente sull’uso di: pugni e colpi con gli arti superiori, calci e colpi con gli arti inferiori, proiezioni e torsioni o controleve articolari. Il qinna (si pronuncia “cinnà”) è la parte del combattimento basata sull’uso delle torsioni articolari e rientra nel programma di allenamento del taijiquan, anche perché vi si riferiscono alcune applicazioni marziali. Nella forma 24, per esempio, il movimento “suonare il liuto” prevede come applicazione appunto una torsione articolare, tra l’altro particolarmente mascherata in questo movimento della forma; lo stesso vale per il movimento “afferrare la coda del passero”, la cui applicazione marziale è straordinariamente efficace. A differenza delle tecniche di pugno, calcio e delle proiezioni, applicate nel sanda (combattimento sportivo), il qinna non ha un’applicazione sportiva e questo per un motivo molto semplice: le tecniche di torsione articolare possono provocare danni alle articolazioni o frattura delle ossa. Ora non è certo pensabile un campionato nel quale gli atleti si procurino abitualmente lesioni rilevanti, a parte questo sarebbe anche molto difficile determinare i criteri in base ai quali potere dichiarare vincitore un atleta rispetto ad un altro nella pratica del qinna. Lo studio del qinna rimane importane in quanto patrimonio della tradizione marziale cinese; per un praticante di taiji inoltre è importante per capire le applicazioni di alcuni movimenti che si allenano. Il qinna comunque trova contesti nei quali essere applicato nell’ambito della difesa personale e nell’ambito militare, soprattutto nei corpi speciali e nei corpi di polizia. Non è un caso che importanti maestri di taiji tengano corsi a corpi di polizia abituati, per diversi motivi, ad essere particolarmente efficaci (come la polizia cinese o israeliana); in questi corsi materia fondamentale sono appunto le applicazioni marziali del taiji e le tecniche di qinna, tecniche decisamente efficaci per immobilizzare un aggressore o una persona che opponga resistenza ad un arresto. La pratica del qinna è volta spesso ad effettuare torsioni delle dita e del polso dell’avversario, fino a ridurre il malcapitato alla completa immobilità, anche in seguito alla percezione di un dolore che aumenta in maniera direttamente proporzionale alla correttezza e alla prosecuzione della torsione. Oltre un certo limite il dolore della torsione non è più accettabile nell’ambito di un allenamento e proseguendo nella leva articolare si arriverebbe a procurare al compagno lesioni gravi, probabilmente in certi casi anche mortali. L’efficacia del qinna è particolarmente legata al tipo di presa, nel corso della quale solitamente la mano del praticante si chiude sull’articolazione dell’avversario non in modo rigido ma adattandosi alla sua muscolatura e nervatura; questa impostazione, presente anche nell’applicazione del movimento “suonare il liuto”, consente una maggiore efficacia alla presa, oltre a provocare all’avversario un maggior dolore.

Non sempre i praticanti di taijiquan, anche ad alti livelli, conoscono le applicazioni marziali dei movimenti che allenano, pertanto non sono nemmeno in grado di riconoscere in quali movimenti delle forme si faccia riferimento al qinna. Può perfino capitare che alcuni maestri cinesi nel corso di uno stage sulle applicazioni marziali, pur profumatamente pagati, impostino gran parte della lezione su aspetti teorici, facciano vedere in pratica solo pochissime applicazioni e magari anche in modo (volutamente) scorretto, il tutto per custodire gelosamente gli aspetti più tecnici ed efficaci della tradizione marziale. Il programma didattico del Maestro Albieri comprende invece la corretta conoscenza del complesso patrimonio del qinna e quindi anche delle relative applicazioni presenti nelle forme. A titolo esemplificativo si enunciano i movimenti della forma 24 che fanno riferimento al qinna; secondo l’ordine di esecuzione della forma i movimenti sono: suonare il liuto, respingere la scimmia, afferrare la coda del passero, frustare, carezzare il cavallo, calciare, sferrare un pugno.

5.4 Tempo di esecuzione della forma 24

Tradizionalmente in Cina la forma 24 di Taijiquan Yang viene considerata corretta, dal punto di vista sportivo, se eseguita con un margine di tolleranza compreso tra i 3,40 min. e i 4,20. E’ bene comunque attenersi al limite minimo di 3,50 minuti, secondo il criterio che è stato definito in Italia. Gli adattamenti delle regole internazionali di wushu alla realtà italiana sono imputabili, il più delle volte, ad atteggiamenti pretenziosi del nostro corpo arbitrale, ma in questo caso l’adattamento esprime una interpretazione autorevolmente sostenuta anche in Cina. Infatti l'insegnante Zu Ruiji, famoso arbitro internazionale, ha affermato che la forma 24 allenata ad un ritmo lento, oltre i 4,20 min. (come allenamento personale senza finalità agonistiche), sia comunque una interpretazione corretta del Taijiquan. E’ lecito supporre che vadano posti limiti anche alla lentezza ma il dato chiaro, secondo Zu Ruiji, è che se la forma 24 è eseguita velocemente, sotto la soglia dei 3,40 min., sia da considerarsi eccessivamente frettolosa e scorretta; viene quindi spostato l’accento su una esecuzione preferibilmente lenta.

6.      FORMA 32 – STILE YANG

6.1 La spada

La spada ha: doppio taglio, punta, sezione leggermente piramidale, manico e paramanico. E’ molto importante il bilanciamento del manico, che il praticante può adattare alle proprie caratteristiche. La misura della spada deve essere proporzionata all’altezza della persona, in particolare la spada impugnata in posizione di riposo (nella mano sinistra con indice e medio distesi e rivolta verso l’alto con appoggio solo all’avambraccio) deve giungere fino all’orecchio del praticante senza superane i lobi né verso il basso, né verso l’alto. La spada utilizzata nel taiji attaccato al manico ha una sorta di cordone intrecciato che si apre nel fondo (in qualche modo simile al cordone utilizzato per manovrare le tende). Questa “appendice” imprime più forza a certi movimenti, si tratta comunque di un elemento che non veniva particolarmente utilizzato nella pratica marziale, in quanto di fatto in un combattimento sarebbe più che altro un impiccio.

La spada può colpire di taglio, da entrambi i lati, o di punta; la punta ha forma triangolare e può essere utilizzata per un affondo, oppure con un movimento del polso dall’alto verso il basso, tipo frustata o con un movimento del polso dal basso verso l’alto, per graffiare.

Le spade potevano avere la punta flessibile, soprattutto per facilitarne l’estrazione (nel caso il fodero fosse tenuto dietro la schiena) ciò poteva anche meglio permettere di graffiare, in ogni caso nel contrasto con l’arma dell’avversario non veniva utilizzata la punta ma la parte centrale della lama.

La spada va impugnata in modo abbastanza deciso, non dovrebbe poter essere strappata, non bisogna comunque stringere troppo; inoltre nella pratica è possibile che la mano possa leggermente scivolare lungo il manico, si tratta allora di rimettere la mano nel giusto assetto.

6.2 Dalla storia alla forma

            Mente la sciabola era usata dai soldati semplici la spada era l’arma solitamente usata dagli ufficiali, si tratta quindi di un arma utilizzata in modo particolarmente “raffinato”. L’attrezzo è normalmente usato con la mano destra anche se la mano sinistra accompagna significativamente i movimenti, con posizione distesa del dito indice e medio.

Questa posizione si riferisce a diversi aspetti storicamente interessanti; prima di tutto è una versione raffinata, nella forma, di un movimento con precisi scopi nell’applicazione marziale: la mano sinistra (nella realtà non solo due dita ma tutta la mano) poteva accompagnare la destra nell’affondo, per imprimere maggiore vigore, ma soprattutto poteva essere utile durante l’estrazione, per agevolare appunto questa delicata operazione. La posizione della lama che, nei fondamentali e nella forma, cambia prima e dopo l’affondo si riferisce proprio a questo originario aspetto: una posizione permetteva di colpire, in seguito la lama veniva manovrata con una leggera torsione per facilitarne l’estrazione.          

Le due dita stese possono anche ricordare i comandi che impartiva l’ufficiale ai vari plotoni prima di estrarre l’arma ed entrare in battaglia; l’uso di impartire ordini tramite gesti nell’esercito cinese era legato anche al fatto che non di rado i soldati, provenienti da zone della Cina diverse e lontane, non parlavano nemmeno tutti la stessa lingua e quindi si capivano a fatica.

Le due dita stese possono infine ricordare un’altra curiosa usanza, in vigore sotto il regime del primo imperatore, Shi Huang Di, che aveva vietato l’uso delle arti marziali e quindi anche il possesso di armi. In questo contesto era tollerato solo il possesso del coltello, della mazza o del bastone in quanto questi figuravano come attrezzi, che qualcuno però trovava il modo di utilizzare come armi. In particolare il coltello poteva essere nascosto dietro il polso sotto una manica: in questo caso l’aggressore armato di coltello era interessato a non far capire quale fosse la mano armata e, per mantenere questo “effetto sorpresa”, tendeva appunto l’indice e il medio della mano non armata; in questo modo chi lo guardava non poteva capire quale delle due protuberanze sotto le maniche nascondesse l’arma.

Rispetto ad una forma a mani nude (come la forma 24) l’uso dell’attrezzo nella forma 32 sollecita maggiormente la muscolatura del braccio destro ma è sollecitato anche il braccio sinistro, proprio perché accompagna la mano armata.

7.      SCHEDA SINTETICA PER I PRATICANTI

 Ba duan jin (“otto pezzi di seta”)

serie di stiramenti utilizzabili come introduttivi all’attività e come esercizi conclusivi di defaticamento:

YI Sostenere il cielo con le dita, ER tendere l’arco, SAN separare la milza e il fegato, SI’ guardare dietro, WU oscillare il busto, LIU’ flettere il busto, QI pugno laterale, BA battere i talloni.

Stiramenti (per ogni tipo di stiramento circa 30 secondi)

Stiramenti alla spalliera: 1) stiramento della parte posteriore della coscia con piede in appoggio perpendicolare alla spalliera, 2) stiramento della parte interna della gamba con piede in appoggio parallelo alla spalliera, 3) stiramento del quadricipite con piede dietro la schiena e mano opposta (e viceversa), 4) stiramento della parte laterale della gamba in posizione seduta o con la gamba in appoggio diagonale alla spalliera ed il piede in appoggio perpendicolare 5) stiramento delle spalle e della schiena con gambe divaricate e mani in appoggio all’altezza del bacino, 6) stiramento del fianco con gamba opposta divaricata e palmi in appoggio (e viceversa). In assenza di spalliera si supplisce con equivalenti esercizi di stiramento a terra (nella posizione del’ostacolista e a gambe divaricate); seguono: rotazioni di mani e polsi, circonlocuzioni di bacino, ginocchia e braccia.

Sequenze di calci e pugni (o altri fondamentali)

- Alternando le braccia rispetto alle gambe eseguire una prima sequenza di pugni accompagnati dalla spinta della punta del piede; - poi altra sequenza di pugni spingendo con il tallone; - poi variare la posizione delle mani avanzando con il palmo invece che con il pugno e accompagnare con spinta della punta; - poi altra sequenza con palmo e tallone; - eseguire anche sequenze di parate di ginocchio sia verso l’esterno che verso l’interno, procedendo con le mani alzate.

Esercizi conclusivi: addominali, addominali con contorsioni, addominali con mani in appoggio (ruotando le gambe piegate), lombari. Al termine: flessioni sulle braccia.

Taijiquan - stile Yang - forma dei 24 movimenti -

L’esecuzione di questa forma richiede circa 4 minuti, dai 3,50 ai 4,20

Fondamentali della forma 24: progressione in gong bu - progressione in posizione cha bu - progressione in posizione en dang bu - accarezzare la criniera del cavallo selvaggio – sfiorare il ginocchio – respingere la scimmia – afferrare la coda del passero - muovere le mani nelle nuvole – doppio pugno – passare la spola – sferrare un pugno – calcio di tallone.

I 24 movimenti:

1. innalzare l’energia (qi shi) movimento di apertura,

 2. accarezzare la criniera del cavallo selvaggio (ye ma fen zong), 3 volte

 

3. la gru bianca apre le ali (bai he liang chi)

 

4. sfiorare il ginocchio (lou xi ao bu), 3 volte

 

5. suonare il liuto (shou hui pipa)

 

6. respingere la scimmia (dao juan gong), 4 volte mentre si indietreggia

 

7. afferrare la coda del passero (zuo lan que wei) a sinistra

 

8. afferrare la coda del passero (yuo lan que wei)  a destra

 

9. frustare (dan bian), il piede destro è in posizione orizzontale

10. muovere le mani nelle nuvole (yun shou), 3 volte

11. frustare (dan bian), il piede destro piegato è leggermente in avanti

12. carezzare il cavallo (gao tan ma = ispezionare dall’alto del cavallo)

13. calciare (you deng jiao = tallonata destra)

14. doppi pugni (shuang fen guan er = colpire entrambe le orecchie)

15. calciare (zhuan shen zuo deng jiao = ruotare e tallonata sinistra)

16. sfiorare il terreno e alzare il ginocchio (zuo xia shi du li) a sinistra

17. sfiorare il terreno e alzare il ginocchio  (yuo xia shi du li) a destra

18. passare la spola (chuang shuo), 2 volte

19.  afferrare l’ago in fondo al mare (hai di zhen)

20.  spingere il braccio (shan tong bi = come un lampo oltrepassare la schiena)

21.  pungo rovescio e sferrare un pugno (zhuan shen ban lan chui = ruotare, bloccare, colpire)

22-24. movimenti di chiusura: ru feng si bi = chiusura apparente; shi zi shou = mani incrociate; shou shi = rimettere l’energia,  N.B. invertendo le sequenze lo stesso movimento è in apertura.

ESERCIZI DI QI GONG

Qi gong esercizio base o del palo eretto o dell’albero: in piedi, gambe un po’ flesse, braccia aperte alzate con i polsi all’altezza delle spalle, come a formare una grande palla (da 1 a 4 minuti)

Qi gong della gru  (esercizio benefico per l’apparato respiratorio, si ripete per multipli di 2, fino ad un massimo di 8 volte, ogni sequenza dura  circa 1 minuto): la gru pettina il capo, pulisce il becco,  prende l’acqua, stende le zampe, batte tre volte le ali.

Qi gong delle corna del drago esercizio per la schiena, in piedi, … (8 ripetizioni 1 o 2 volte)

Qi gong per la concentrazione e contro piccole nevralgie comodi es. seduti a gambe incrociate (ogni serie con 8 ripetizioni): 1. Scorrere le dita sul capo 2. pizzicare la radice del naso, 3. spingere gli indici verso l’arcata dell’orbita, 4. accarezzare i lati del volto con i palmi, 5. roteare il medio sulla fossetta zigomatica (dx antiorario e sx orario), 6. l’indice destro massaggia la radice degli incisivi superiori, 7. l’indice sinistro massaggia la radice degli incisivi inferiori, 8. pizzicare la fossetta del manubrio dello sterno.

Stando a sedere con le gambe incrociate (e possibilmente i talloni in posizione arretrata) e il busto leggermente inclinato in avanti si esegue anche il qi gong delle mani giunte (mantenendo le mani appoggiate al ventre ma senza premere) e il qi gong della ruota (durante la rotazione le mani sono sempre rivolte verso il ventre). E’ possibile eseguire questi esercizi anche stando seduti con le gambe stese; se l’esecuzione è avvenuta a gambe incrociate è bene riattivare la circolazione effettuando stiramenti con le gambe distese.

La Polisportiva Dilettantistica Spartacus Bologna desidera ringraziare il Professor Ferdinando Costa per il grosso contributo fornitoci con questo scritto.

Il Prof. Costa oltre che assiduo praticante di Taijiquan è autore di alcune pubblicazioni sulle filosofie e religioni orientali.

A lui il nostro più sentito GRAZIE per la collaborazione, con l'auguro di una lunga serie di interventi.

Polisportiva Dilettantistica Spartacus Bologna

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